Volevo essere un duro
[di Ernesto Giacomino]
La notizia girava da settembre scorso, e per un po’ m’è apparsa e scomparsa dagli occhi tipo pubblicità subliminale. Insomma: una cosa, in autunno, passabile come borderline tra fatto vero e pettegolezzo, per cui ho faticato a scovarne i dettagli. Poi, pare che dall’inizio del nuovo anno la spesa sia stata ufficializzata e formalizzata; per cui, niente, la espongo per come l’ho letta io: a Battipaglia abbiamo i taser. Cioè, quegli ammennicoli che sparano corrente elettrica, con conseguenze che – a seconda dello stato di salute del fortunato destinatario – possono andare dal lieve stordimento alla morte per infarto. Tant’è che, senza giri di parole, sia Amnesty International che l’Onu li hanno da tempo classificati come strumenti di tortura.
Li abbiamo dati alla polizia locale, saranno usati da due operatori per ogni turno di servizio, esclusivamente tra gli agenti in possesso della qualifica di agente di pubblica sicurezza.
Ora, magari a me la memoria fa difetto, ma in cinquantasette anni abbondanti che vivo qua non ho mai sentito nessun episodio di cronaca, gestito dalla polizia locale, che abbia richiesto l’uso di chissà quale forza bruta. Nessuna vera aggressione certificabile come pericolosa voglio dire, fatto salvo qualche spintone o accenno di scapaccione. E sarà anche questo un limite mio, ma non ricordo nessuno, tra gli agenti abilitati a portare la pistola, che abbia mai avuto necessità non dico di sparare un colpo per strada, ma addirittura di estrarla.
L’ubriacone lo si calmava, il violento lo si fermava, il reo lo si arrestava. Se proprio la situazione trascendeva si chiedeva l’ausilio d’una volante dal commissariato: manette, giù in macchina a capo chino e via a sirene spiegate. Stop, finiva lì. E parliamo di tempi in cui – diversamente da quanto decantano i nostalgici da social che ricordano un’inesistente Battipaglia tutta fiori e “volemose bene” – qua una volta girava la delinquenza vera, quella col revolver in tasca e nessun scrupolo in testa, che giustiziava i rivali in strada, spacciava eroina alla luce del sole e metteva bombe ai negozi. Altro che questi quattro sfrattapannocchie delle babygang, o il magrebino spaccabottiglie ondeggiante tra rutti e Peroni, doverosamente assurti a pericolo nazionale per un qualche patto di sangue tra disinformatori politici e necessità di audience di certi pseudo-talk show per rancorosi funzionali.
Il costo, poi. Oltre dodicimila euro per tutta l’operazione, tra acquisto dei taser e spese di formazione degli utilizzatori. Per cui andrebbe capito, innanzitutto, se i due dispositivi dati in dotazione per ogni turno siano sempre gli stessi. O, per essere più precisi, se siano unicamente quelli. Perché, fosse così, il tutto significherebbe una spesa in attrezzature d’un massimo di tremila euro, con gli altri novemila destinati unicamente alla formazione. Che magari ci sta, eh: sarà un corso di sei mesi per decine di agenti, immagino ore e ore di sedute.
È che, sinceramente, oltre alla tecnica di utilizzo non ho idea di cosa possa essere insegnato, a chi manipolerà quegli attrezzi. La prudenza, la calma, i nervi saldi, non s’imparano con gli esempi alla lavagna. E a trovarsi impreparati, qua, con una vita che ti si può sgonfiare tra le mani, poi non ci sarà nessun esame di riparazione con cui rimediare.
17 gennaio 2026 – © riproduzione riservata





