Sto bene, sto bene, anzi benissimo…

[di Lucio Spampinato]

Sin da bambino, guardando la costiera amalfitana e i monti Lattari dai lidi battipagliesi, pensavo che quegli stessi profili erano entrati probabilmente nelle retine di rettili giganteschi chiamati dinosauri, fra le poche entità del mondo fisico che conosciamo con un passato così profondo da essere qui sul pianeta Terra ben prima della nostra comparsa. Ma c’è qualcosa di meno antico e comunque sempre più ancestrale rispetto a molte forme di vita animale; parlo dei pini, il pino domestico, il pino marittimo alla cui vista siamo abituati da sempre. E ancora prima di poterli identificare come alberi, in una sorta di baudelairiana corrispondenza, i nostri sensi hanno conosciuto l’idea dei pini nel profumo intenso, resinoso e balsamico, con note legnose e aromatiche degli aghi bruciati per caso o dopo la pulizia di un giardino. Eppure, proprio questi alberi magnifici, così legati alla nostra esistenza di gente del Mediterraneo, negli ultimi tempi sono stati oggetto di una massiccia campagna di abbattimenti in questa famosa città civile. 

Non sono a conoscenza delle politiche urbanistiche orientate alla cura e manutenzione del verde pubblico. Per cui, un po’ mi documento e un po’ osservo lo stato degli alberi in giro per la città.  So che i pini dovrebbero essere potati molto poco e nei periodi di riposo vegetativo. Poi vedo un filare di pini in una tenuta privata con solo l’ombrello apicale della chioma e apparentemente in perfetta salute e mi si confondono le idee. Pini molto simili a quello famoso di via Minucio Felice, traversa di via Orazio, fra i quartieri di Chiaia e di Posillipo, emblema di pittoresche vedute napoletane, con tanto di golfo, lungomare e Vesuvio. Così, seduto sotto uno dei maestosi aghifoglie di Parco delle Magnolie, osservo la parte interna della chioma e noto che ha assunto una vasta colorazione marrone, a dispetto del loro appellativo di sempreverdi. Mi preoccupo e comincio a notare lo stesso fenomeno su tutti i pini del parco. Mi chiedo se non sia questa l’accertata malattia che ha portato all’abbattimento di molti di questi alberi in città. Mi allarmo, decido di chiamare l’ufficio preposto. Ma poi ci ripenso e cominciò a sorridere, pensando ad una vecchia barzelletta. Un tipo prende un passaggio da un automobilista che ama la velocità.  Così in una curva investe un cane e, vedendolo mal ridotto, lo uccide con una pistola per non farlo soffrire. Più avanti, prende un gatto e si ripete la stessa scena anche se in lacrime per il dispiacere, poiché amante degli animali. Dopo altre situazioni simili, l’auto sbanda e finisce in un fosso. L’autista, sempre illeso, si precipita a vedere come sta il passeggero, sbalzato fuori in un campo. Questi, malgrado una profonda ferita alla testa, una gamba dolorante e sicuramente rotta, risponde al suo soccorritore, con l’immancabile revolver ficcato nella cintura: «Sto bene, sto bene, anzi benissimo…». 

Ecco, decido infine di non chiamare nessuno per evitare che interventi curativi e magari compassionevoli decretino anzitempo la fine di questi maestosi compagni di meditazione.

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