Le vie traverse dell’amore

[di Lucio Spampinato]

Nel 1938 la cittadina era una vertigine di modernismo incastonata in un territorio rurale, gravitante intorno ad antiche masserie che dal profondo della storia si erano andate sempre più identificando col nome di Battipaglia. E questa modernità derivava a Battipaglia dal fatto che vi si incrociavano in forma di iperboli sia le due statali carrabili, la ss 18 tirrena inferiore e la ss 19 delle Calabrie, e sia le linee ferroviarie che proprio qui si diramavano per Reggio di Calabria, per Potenza e Metaponto e per Lagonegro. I pochi liceali si dividevano fra i sostenitori dell’etimo banale riecheggiante le antiche aie battute dai contadini per separare i chicchi dalla pula e quelli, diffidenti per vocazione e destinati alla scienza, più affascinati da ascendenze toponomastiche più complesse come quelle di luogo consacrato oppure di posto sommerso dalle acque. E i richiami ad un fantomatico tempio di Pallade ovvero ad un territorio sprofondato erano, tutto sommato, confortati dai ritrovamenti d’epoca romana sparsi tutto intorno e ancor più dalle paludi che separavano le propaggini estreme del contado dal mare. Una volta, la disputa etimologica stava per finire in rissa allorquando Michele Bisogno, sportivo e nuotatore provetto, fece notare che il diploma del 1080 in cui si trovò scritto per la prima volta il nome della città della Castelluccia definiva il luogo Baptipalla e che date le vestigia greche pestane lì a pochi chilometri, e in greco il baptisterion è in buona sostanza una piscina, e considerate anche le dominazioni  germaniche per i quali palla significava ciò che essa significa oggi per noi, nulla vietava che qui anticamente si praticasse la pallanuoto. 

Lorenzo Tirelli, estraneo a queste diatribe, giocava invece al pallone, era un ragazzo piacente con una buona mano per il disegno e gli acquerelli. Era sensibile al bello con una speciale predilezione per i fiori. Normalmente, era sempre attorniato da ragazze che stravedevano per i suoi riccioli e i suoi occhi azzurri. Malgrado questo, un bel giorno cominciò per Lorenzo un periodo di inquietudine, di mal d’amore, da quando incrociò lo sguardo di Adele. Sarà stato quel vuoto causato dalla mancata corrispondenza della figliola, che si dimostrò fredda alla sua solita simpatia, oppure la sua bellezza polare di capelli biondo grano, di labbra di ciliegia e di occhi grigi che si mostrarono inarrivabili, fatto sta che cadde in uno stato di abulia e inappetenza. Passava molte ore in camera a contemplare il suo mandorlo in fiore. Non era più il solito Lorenzo. Ma un giorno, quasi per caso, incrociò il vecchio Pino, dedito alla bottiglia e con la perenne barba di tre o quattro giorni; girovago ma residente in città, sempre arguto nelle sue osservazioni e pure salace, che nel vederlo disse: «Ahi, ahi, Lorenzo! Leggo nelle tue occhiaie una sofferenza di cuore. Se mi offri uno Stock, ti dico». E allora gli spiegò che il dolce legame con la persona amata non ha tanto a che vedere con ciò che si prova per lei, almeno finché non si comprende di essere completamente ricambiati. Perciò, l’amore va preso come viene, as the leaves grow on the tree (e qui Pino lo stupì, come poteva conoscere l’inglese un uomo modesto e nelle sue condizioni?). «Devi lasciarti andare all’amore senza ansie, come un gioco, un duello e vedrai che arriverà da te l’amore che meriti se non proprio quello che ti ostini a desiderare!». 

Detto questo, Pino si avviò, lanciando battute agli avventori del bar Luisa situato nel vecchio palazzo di Turco, di fronte alla piccola pompa di benzina. Il giorno dopo, un’amica di Adele lo incontrò e finendo in argomento gli fece capire che alla sua amica lui piaceva ma che per potersi vedere ogni tanto doveva quanto meno farle una visita, portando con sé suo padre. Non proprio un fidanzamento ma quantomeno una garanzia di serietà. Poteva essere un problema, perché suo padre, don Guglielmo, da poco se n’era andato di casa, ma Lorenzo non lo vedeva come un ostacolo insormontabile. Frequentava il bar Luisa un altro specialista di libagioni, più o meno dell’età di suo padre e che scendeva da Olevano a volte per cercare lavoro nella piana e a volte per spendere al bar i suoi magri guadagni. Riziero Poppiti, dunque, non era conosciuto in paese e Lorenzo lo intrattenne con qualche bicchiere di brandy marca Stock 84; gli spiegò la situazione e lui accettò. Si misero d’accordo di andare in visita dai “suoceri” per la domenica seguente e Lorenzo gli portò anche un vestito quasi nuovo di suo padre, sapendo che a lui non piaceva perché diceva sempre che gli stava malissimo. La domenica convenuta, Riziero era un vero elegantone e si presentò sbarbato e con un fermentato tutto fumante fra i denti. Sembrava un signorotto. Si avviarono per il vialetto di roverelle, passato il cimitero, verso la casa di Adele. Mangiarono dei dolci che aveva comprato Lorenzo e la mamma di Adele offrì un rosolio. Tutto andò per il meglio perché Riziero interpretò alla perfezione il ruolo di don Guglielmo, specie nel dettaglio dei quartini posseduti in Salerno. Così, salvata la faccia, i genitori concessero ad Adele di vedere Lorenzo e cominciò un periodo d’amore che il giovane interpretò come suggerito da Pino, come un gioco, un duello, una tenzone, così come viene, come l’erba cresce nei prati. Spesso fecero passeggiate in periferia e insieme colsero più volte il gelsomino e la digitale. Una volta, passando vicino casa di Lorenzo, Adele contemplò il suo mandorlo e volle addirittura arrampicarvisi sopra, cosa che fece tante altre volte. Lorenzo le fece dei ritratti e la riempì di attenzioni. Si sentiva, in quell’urna amorosa che ora lo accoglieva una felicità sconosciuta, che un intuito di sopravvivenza gli intimava di godere fino alla fine. 

Solo due anni dopo, Lorenzo sarebbe salpato per la Libia, intruppato come tanti altri giovani, travolto dalle scelte scellerate del Somaro principe, anche detto il Fava ovvero il Paflagone-smargiasso, capo degli associati a delinquere cui per più d’un ventennio è venuto fatto di poter taglieggiare a posta e coprir d’onte e stuprare la Italia, e precipitarla finalmente in quella ruina e in quell’abisso dove Dio medesimo ha paura guardare.

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