[di Daniela Landi – psicologa]
Dal confronto con amici e conoscenti riguardo alle loro esperienze di psicoterapia, emerge talvolta l’equivoco di considerare il setting terapeutico come uno spazio in cui si viene ascoltati, confortati e rassicurati. Un luogo protetto dove lasciare il peso di difficoltà e preoccupazioni, per sentirsi alleggeriti e con una prospettiva di fiducia. Questa rappresentazione, pur comprensibile, appare lontana dallo scopo autentico del lavoro psicoterapeutico. Può accadere che alcuni terapeuti agiscano in questo modo, offrendo supporto, incoraggiamento, validazione e consigli. Questo atteggiamento premuroso fa sentire la persona protetta, ma lascia inesplorati i modelli psicologici sottostanti. Come evidenzia lo psicologo clinico Michael Karson, è difficile comportarsi da veri terapeuti, per cui molti preferiscono ruoli più familiari, come quello di amico, parente, medico o guida spirituale. Lo psicoterapeuta offre anche contenimento e sostegno, soprattutto nelle fasi di elaborazione del dolore o in momenti di particolare crisi, ma il suo compito essenziale è stimolare il confronto, promuovere una riflessione critica e accompagnare la persona verso un contatto autentico con sé stessa, con i propri aspetti scomodi, rimossi o difficili da riconoscere.
Jonathan Shedler, psicologo clinico e ricercatore, nelle sue lezioni afferma spesso che la psicoterapia non è un intervento unilaterale sulla persona, come una procedura medica; piuttosto rappresenta una collaborazione e una partnership attiva tra terapeuta e paziente, in cui entrambi partecipano dinamicamente al processo di esplorazione e trasformazione dei modelli relazionali. Centrale nel pensiero di Shedler è l’idea che il cambiamento terapeutico avvenga anche attraverso la stessa relazione. Parlare dei propri sentimenti con il terapeuta permette di conoscere meglio se stessi e i propri schemi di funzionamento radicati nelle esperienze relazionali precoci. Questo processo richiede anche al terapeuta non solo competenza, ma anche consapevolezza e coraggio per affrontare le dinamiche che emergono nel setting, permettendo di rielaborare le dinamiche disfunzionali e favorire un cambiamento nel “destino relazionale” della persona.
Il modo in cui lo psicoterapeuta interviene varia a seconda dell’impostazione teorica. Nella psicologia analitica di Jung si integrano le diverse componenti della psiche, elaborando traumi, dinamiche familiari e meccanismi di difesa, al fine di assimilare le diverse parti di sé e assumersi la responsabilità della propria storia. L’approccio umanistico esistenziale pone al centro la libertà della persona e la responsabilità che ne deriva. Esistere significa scegliere e ogni scelta comporta una rinuncia e un’assunzione delle conseguenze.
Con qualsiasi orientamento, la psicoterapia non è un rifugio, ma uno spazio trasformativo in cui nel confronto con il terapeuta si accetta di mettersi in discussione, di interrogarsi e di assumere un ruolo attivo nel proprio percorso. Solo così il processo terapeutico può diventare un’occasione reale di cambiamento e di costruzione consapevole del proprio destino.
18 aprile 2026 – © riproduzione riservata





