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Impronte | di Iole Palumbo

di Iole Palumbo
20 Aprile 2020
in Racconti

Sentii il rumore dei passi lenti e trascinati. Un tentativo di attutire il rimbombo del tallone sul parquet d’ebano che ricopriva tutta la zona notte. Ma la sua abitudine a non alzare le ciabatte, che si portava dietro dalla prima volta che avevamo condiviso la camera da letto, rendeva vani tutti gli sforzi. Quel vezzo lo avevo notato subito e, d’istinto, lo avevo detestato. Poi avevo messo a tacere la mia pessima mania di concentrarmi sui particolari più inutili, cancellando così quella sensazione di felicità che allora mi pervadeva. Mai avrei pensato che quel rumore sarebbe entrato nella mia testa tutte le mattine, come una sveglia che mi ricordava che era ora di scaldare i motori.
La sagoma di Marcello, in men che non si dica, fu sulla soglia. Impeccabile come sempre, la vestaglia inamidata e profumata e la capigliatura già a posto. Il piccolo solco in mezzo alle sopracciglia, che tagliava in due lo spazio della fonte, rendeva il suo viso più attraente. I lineamenti erano perfettamente armonizzati su quell’ovale disegnato col compasso, ma era lo sguardo a tradirlo. Gli occhi non possono mentire. Si accostò per salutarmi come ogni mattina. L’unico gesto che ci avvicinava durante la giornata: la commedia era magnificamente cominciata.
Questa assurda quarantena ci costringeva a convivere 24 ore su 24 assieme. La casa aveva il giardino, i terrazzi, la palestra, la biblioteca, una cucina enorme, eppure la presenza di entrambi non poteva non avvertirsi in qualsiasi angolo. Erano ormai 27 giorni che vivevamo così. Da dieci anni il mio unico pensiero erano i ragazzi. Stavo ben attenta a non entrare in quella che ormai era la stanza di mio marito senza annunciarmi. Era il suo regno, dove curava corpo e anima: la palestra, i selfie e le conversazioni segrete con le sue amichette. Non avevo nessuna intenzione che venisse fuori qualche foto nascosta. Mi erano bastate quelle che un lunedì mattina avevo trovato sul suo desktop, imprudentemente lasciato in stand-by. Mi avevano fatto sorridere quelle bocche a cuoricino e quegli sguardi intriganti. Mi ero poi ritirata in biblioteca e mi ero concentrata sul master che avevo cominciato, sperando di guadagnare gli anni che avevo rubato al mio lavoro per dedicarmi ai bambini. Ora loro erano capaci di camminare da soli e io avevo voglia di succhiare tutto quello che mi ero persa nel mondo, che intanto non si era accorto della mia assenza.
In ufficio era arrivato un nuovo capo, mi aveva affidato un progetto importante e volevo dimostrargli che non aveva sbagliato a darmi fiducia. “Chi te lo fa fare? Prendi una camomilla e finisci di guardarti la serie dell’Amica geniale. Se hai bisogno di soldi, hai il controllo di tutti i conti di casa”, mi aveva risposto Marcello quando gli avevo chiesto una mano coi bambini. E anche quella volta mi ero arrangiata come potevo.
Ma oggi ero stanca, non sopportavo più quella clausura forzata. Recitare solo un paio di ore al giorno era facile, poi c’erano le amiche, la palestra, lo shopping e Giorgio, il mio collega, che mi faceva stare bene, anche se non avevo mai accettato i suoi inviti a cena. Ma ora la fine non si vedeva e io ero nera perché la nostra tata aveva deciso di mettersi in quarantena, dato che era tornato il figlio da Milano. Passavo metà del tempo a togliere i capelli dalle docce, la polvere dai mobili e le macchie dai pavimenti.
Entrai in bagno, impronte ovunque. Sempre quel suo modo di trascinare i piedi. Capii che me ne sarei liberata! Mi fiondai nella stanza e gli scaraventai le pantofole dalla finestra: gli dissi finalmente che lo avrei lasciato.

23 aprile 2020 – © Riproduzione riservata

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