Ciro Lazzarillo era cresciuto in una famiglia di modeste aspettative culturali, di concrete disponibilità economiche provenienti da più antiche fortune mercantili o agrarie oppure cresciute in fretta in periodo di guerra con la borsa nera. Quelle sostanze permisero al padre di Ciro, don Salvatore Lazzarillo, di costruire una palazzina in via Solferino, tutt’ora in piedi e recalcitrante al tempo. Forse fu il pragmatismo piccolo borghese, o il pudore della sua classe sociale verso la conoscenza o forse fu l’eterno sentirsi inadeguati, proprio di certi caratteri timidi, come lo era sua madre, a farlo avviare a studi professionali laddove il suo destino divenne poi una laurea in lettere e filosofia e una professione di poeta. In fondo, c’è gente che fa conoscenza dal parrucchiere, chi incrocia empatie parlando di pallone, chi fonda amicizie ai concerti rock o parlando di stratocaster e telecaster; io conobbi Ciro parlando di poesia non so più in quale occasione. Una educazione rigida lo aveva portato ad affinare il suo senso di inadeguatezza ma la sua naturale resilienza gli consentiva di mimetizzarsi al faro della sua stessa timidezza, finendo per raggiungere con ostinazione gli obiettivi prefissati. Le frustrazioni adolescenziali trovavano sfogo nella casa di fronte dalla quale rientrava con qualche risparmio in meno, proprio nelle sere estive e barocche in cui il sole che muore rotola in un sereno lattiginoso, sopra gli archi delle luminarie per la Santa Patrona, quando l’aria riporta i sapori croccanti dei torroni, della liquirizia, di mandorle e nocciole affogate nel caramello, delle franfellicche di zucchero filato e miele. In tutte le attività pratiche Ciro otteneva ben poco; si confrontava spesso con i suoi fallimenti. Ma lui sembrava non accorgersi del dislivello fra le aspirazioni e la cruda realtà e del fatto che la gente gli concedesse una stima solo di facciata quando, sorridendo, lo apostrofava “Professó!”.
Un giorno mi chiese consiglio riguardo ad un investimento che gli era stato proposto da un promotore finanziario che addirittura prometteva un rendimento dell’8% al mese. Gli dissi di pazientare, mentre prendevo qualche informazione. Qualcosa mi frullava per la testa; più di qualcosa non quadrava. Venni a sapere che il finanziere dei miracoli si chiamava ragionier Otello Recuperato e che non aveva esperienza in materia di investimenti, né figurava nell’albo unico dei consulenti finanziari. Chi c’era dunque dietro di lui?
Alla fine scoprii che c’erano Abate, un promotore finanziario, Marziale, un venditore di software, Barone, un uomo che aveva fatto mille mestieri ma dei quali, precisamente, non se ne conosceva nessuno. Fu la riprova della truffa in cui stava per cadere il poeta. Lo fermai subito! Una frode vecchia come il cucco in cui si cominciavano a pagare gli interessi elevati ai primi risparmiatori con i soldi degli ultimi arrivati, alimentando, insieme a una catena di Sant’Antonio, la convinzione che fosse tutto vero. Poi, sul più bello, raccolto il montepremi, il ragioniere sarebbe sparito rendendosi irreperibile. Appena compreso come lo volevano truffare, Ciro cominciò a parlare di vendette e di denunce, agitando le braccia con indignazione donchisciottesca. Gli dissi che se voleva soddisfazione qualcosa sì poteva tentare. Gli suggerii di tornare dal ragionier Recuperato con almeno cinque persone, presentandole come interessate agli investimenti. Ciro ne rastrellò otto fra vecchi tifosi della Battipagliese, frequentatori assidui di via Italia e pensionati del circolo a ridosso dei vecchi campetti di calcio dei preti, dove al tavolo della zecchinetta traeva la maggior parte dei personaggi che animavano le sue storie, le sue prose e le sue poesie. Dopo aver fatto denuncia di smarrimento del blocchetto degli assegni, si presentò dal ragioniere (nel secondo dopoguerra, i paesi del meridione erano stati ricostruiti, anzi rifondati dai ragionieri!). Disse che voleva investire centomila euro e che per il momento lasciava un assegno di diecimila nell’attesa breve di svincolare il resto, investiti in BOT e CCT presso le Poste italiane. L’assegno era precompilato con il cinque di 2025 attaccato al 20 della stampigliatura tipografica, in modo che nessuno notaio avrebbe potuto protestare un titolo di credito emesso nel 205 sotto l’imperatore Settimio Severo. Poi, presentò la sua combriccola come nuovi e desiderosi investitori. Anche loro sarebbero tornati la settimana seguente, dopo lo svincolo dei loro risparmi. Gli disse anche, osservando come al ragioniere brillassero gli occhi, che questi amici erano solo una parte del suo portafoglio. Però pretese una piccola percentuale per ogni nuovo cliente e dunque uscì dall’ufficio di Recuperato con ottomila euro e si recò direttamente alla locale stazione dei Carabinieri a denunciare i fatti e a consegnare le somme. All’alba del giorno seguente, auto dell’Interforze si presentarono presso le abitazioni di Abate, Marziale e Barone e presso l’hotel Riviera in cui alloggiava il ragionier Recuperato e tutti furono portati davanti al pubblico ministero.
Avendo riavuto la gran parte dei fondi investiti, i legittimi proprietari, per lo scampato pericolo, elargirono a Ciro una ricca ricompensa e lui mi offrì una settimana a Lisbona dove avevamo sempre desiderato di andare. E dopo i viaggi sulle tracce degli ermetici meridionali, di Bodini in un paese dove la vita cocumula fra le pentole o là dove in poca rissa d’acque ai piedi di un faro termina miseramente l’Italia, di Sinisgalli che assicura di risorgere fra tre anni o tre secoli, tra raffiche di grandine nel mese di giugno, potemmo infine pedinare Pessoa in quelle sere di fine estate, prendendo il fresco della brezza atlantica seduti alla Brasileira do Chiado, cenando con frittatine alle erbe aromatiche e porto, contemplando l’ascesa spirituale della fumea azzurrina di un ammezzato. In quel refrigerio inaspettato, benedicemmo Dio, il Tago, i ripidi tram gialli caracollanti, l’Alfama, il fado e, perché no, brindammo pure alla salute del ragioniere.
25 luglio 2026 – © riproduzione riservata



