…non me le dimenticherò mai. Si facevano giù abbasc’ ’a Stella, nella palazzina del guardiano buono, il papà della mia dolce zia Brunetta, la moglie di mio zio Vittorio. Era un rito di famiglia, un richiamo che arrivava puntuale tra la fine di luglio e il mese di agosto, quando il nostro San Marzano raggiungeva la maturità perfetta e il basilico profumava come una promessa. Ci si alzava prestissimo, anche alle cinque del mattino.
A quell’ora l’aria era fresca e, soprattutto, non si erano svegliate ancora le mosche.
Il cortiletto interno della palazzina diventava un mondo a parte: ognuno aveva un compito, ognuno una responsabilità, ognuno un pezzo di quella magia. Gli uomini si occupavano della bollitura. Preparavano le bombole di gas, il treppiede, e quel contenitore di ferro altissimo che sembrava un gigante. Salivano su una sediolina per sistemare le bottiglie con una maestria che oggi definirei arte: tra uno strato e l’altro infilavano stracci vecchi, per evitare che le bottiglie si spaccassero quando l’acqua iniziava a bollire. Le donne più grandi — la mia nonna materna, le zie, la mia mamma — erano le regine del passaverdure. Quello che devi girare senza fermarti, finché il pomodoro non diventa velluto. Le “spleche”, le bucce, venivano tolte con cura: la passata doveva essere liscia, perfetta.
Io la guardavo scendere e pensavo che sembrava il mantello di velluto di una principessa. Ma prima di tutto c’era il rito delle punte. Si prendeva il pomodoro, si tagliava la punta con le mani, e si spremevano i semini in una bacinella bianca con il bordino blu. Quel liquido rosso, leggero, profumato, veniva messo da parte. Era un tesoro, ma lo capivo solo alla fine.
Altre donne preparavano i pomodori a paccuscelle: spicchi lunghi, eleganti, che sembravano fatti apposta per entrare nelle bottiglie. Poi iniziava l’assemblaggio. Tutti con il grembiulino, i capelli legati, la faccia già lucida di caldo e felicità. A ognuno veniva data una bottiglia con mezzo succo di passata dentro. Per noi bambini era il momento più bello: infilare il basilico e le paccuscelle nelle bottiglie, aiutandoci con il manico delle cucchiarelle di legno.
Quel gesto aveva un suono, un ritmo, un profumo che ancora oggi mi torna nella testa.I grandi prendevano le bottiglie e le battevano su una superficie morbida fatta di strofinacci.
Serviva a far uscire l’aria e a completare il riempimento fino all’orlo.
Era un gesto che solo loro potevano fare. Io però, un giorno ho voluto provare. Come diceva sempre mio padre: sono come San Tommaso, devo vedere per credere. La bottiglia si è spaccata. Mi sono tagliata l’anulare della mano destra. Il segno è ancora lì: una piccola cicatrice che racconta più di mille parole.
E poi arrivava il momento più bello. Il liquido dei pomodori, quello con i semini, veniva portato al centro del cortile. Si festeggiava con ciotoloni di pane duro ammollato, come si usa a Battipaglia: succo sopra, sale, basilico, olio buono a volontà. Era un piatto povero, ma aveva la ricchezza delle cose vere. Che meraviglia. Che felicità. Che profumi indelebili nella mia testa. Quelle bottiglie non erano solo pomodoro. Erano famiglia. Erano estate. Erano infanzia. Erano il modo in cui il mondo, allora, mi diceva che la vita è fatta di mani che lavorano insieme, di odori che restano, di cicatrici che raccontano, di pane duro che diventa festa. Erano il modo in cui la mia Battipaglia mi diceva: “Tu appartieni a noi”.
25 luglio 2026 – © riproduzione riservata



