Cose da piazze

[di Ernesto Giacomino]

Altro giro altra corsa, manco s’era finito per bene di discutere dell’opportunità del secondo restauro più o meno consecutivo di Piazza Petrone che ci arriva tra capo e collo questa nuova tegola di Piazza Amendola. Pure lei, ammodernata non chissà quanto tempo fa: approssimativamente nel 2000 o giù di lì, ai tempi della pavimentazione della strada davanti alle De Amicis, con l’installazione della famigerata “Statua ai non nati” invidiataci ovunque nel mondo (dice che per un pelino così non se l’era opzionata la BBC per piazzarla davanti al Massachusetts General Hospital nel remake americano de “La Dottoressa Giò”).

E niente: la rifacciamo, dicono. E pure a breve. Ci sono appalti in corso, progetti, ingegneri visionari e architetti gourmet. Poi, cos’è che non andasse bene e urgesse di cotanto intervento rivitalizzante, boh, non è che balzi evidente proprio a tutti. Atteso, peraltro, che torretta e statua della Madonnina sono – a condivisibile furor di popolo – intoccabili, e con esse anche le sottostanti installazioni in memoria dei caduti in mare, di così ristrutturabile non è che resti parecchio. La fontana intorno, forse (e anche qua, se si parla di simboli storici d’una comunità, un piccolo veto lo si piazzerebbe); la pavimentazione e i lampioni, probabilmente (rifatti, però, da non più d’un quarto di secolo, che nell’astronomia degli interventi strutturali equivalgono sì e no a un paio di mesi terrestri). Che resta? Ah, sì: magari proprio la facciata della De Amicis, chissà. Che appare giusto quel pelino dimessa, abbandonata, scrostata, imbrattata. Cadente. Con l’unica funzione riconosciuta, oggi, dopo millemila progetti di riqualificazione che sarebbero dovuti partire da un momento all’altro, di fare da muro di rimbalzo per le pallonate. Che manco sarà bello, voglio dire, a lavori finiti, trovarsi questa piazza futuristica d’ultima generazione – che già la s’immagina, che ne so, fluttuante a mezz’aria tra laghetti artificiali e canarini-cyborg che svolazzano cinguettando La Boheme – e di fronte i resti macilenti d’un edificio colposamente abbandonato. Sarebbe indecoroso, imbarazzante. Antiestetico (o anestetico, dipende dall’emotività di chi guarda).

In ciò, chiaramente, si prega per gli alberi. Perché là, a dirla tutta – a differenza degli altri abbattimenti giustificati con oroscopi del giorno e predizioni di sciamani – un problema di sicurezza, con gli anni, potrebbe essere sorto davvero. Alcune radici sono cresciute oltre il dovuto, fanno dossi, bussano minacciose dal di sotto delle piastrelle, tanto che più d’uno parrebbe esserci inciampato e fatto male. Come dire: a voler cercare proprio il pretesto, in questo caso lo si troverebbe più o meno facilmente. Quindi, magari, un piano di salvaguardia del verde che concili le due cose, messa in sicurezza e mantenimento degli alberi, andrebbe fatto fin da ora. Tassativo, inderogabile. Non bypassabile in tre minuti di ruspa da zelo e fastidio di chicchessia.

Per il resto, sovviene quel solito dubbio se con questi soldi non si potessero fare cose quell’attimino più urgenti. Ché da un po’ c’è una popolazione diffusamente rumoreggiante sulla vivibilità complessiva di questa città: ed è un argomento in cui lampade e sanpietrini, o la graziosità delle future nuove panchine, c’entrano davvero poco.

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