Anema e cori
[di Ernesto Giacomino]
Qualunque sarà il futuro della Battipagliese, tranquilli, un record mondiale lo abbiamo già stabilito: siamo l’unica squadra itinerante del pianeta. Ambulanti del gol, piazzisti del tiraggiro. Giocatori a domicilio tipo i furgoni della tentata vendita: buongiorno signo’, guardate qua che bel pallone, ce la fate fare una partitella qua fuori da voi? Tranquilla, osservate e applaudite, comprate solo se vi piace.
Cioè, serio: dice che a ogni nuovo calendario di campionato, prima ancora d’organizzare riunioni e allenamenti, ai dirigenti tocca girare un po’ nel circondario a vedere se c’è qualche anima pia che ci presta lo stadio. Che per certi aspetti è pure emozionante, no? Il fascino dell’incognita, dell’imprevisto, i calciatori che salutano le famiglie dicendo boh, non lo so dove vado a giocare, può essere a Olevano come a Marrakesh, lo scopriremo solo vivendo. Se non torno entro tre giorni ricordate che v’ho voluto tanto bene.
Pure sulla logistica, poi: come si fanno, a organizzare le partite in casa però in trasferta? Prendiamo il pullman però poi no, aspe’, andiamoci con le macchine, e ma là la strada è interrotta, a che ora c’è il treno regionale per Pontevarcone? E soprattutto: esiste, la ferrovia, a Pontevarcone? Insomma, il paradosso del gatto di Schrödinger in versione 4-4-2: se gioco in casa lontano da casa posso essere sia in casa che fuori casa. Che poi dice, la critica sportiva: eh, ma quel tal giocatore, o quell’altro, sono apparsi particolarmente nervosi. E certo: giocaci tu, col dubbio improvviso se hai rinnovato o meno l’abbonamento Sita.
Scherzi a parte: gli ultras sono infuriati, lo hanno appena ribadito in un comunicato ufficiale rivolto all’amministrazione comunale. E ti credo: lavori del Pastena bloccati, quelli del Sant’Anna sospesi a tempo indefinito, un alone d’incertezza e di domande senza risposte che permane ormai da troppo tempo. Ché ok, per i giocatori sarà sicuramente un disagio, ma per i sostenitori lo è ancora di più. In termini di tempo, entusiasmo, rinunce, spese. Per un portiere la porta è uguale qua come a Durazzo, per un attaccante l’area di rigore ha le stesse misure ovunque, sotto l’aspetto squisitamente tecnico calciare un pallone nella tua città o a un tot di chilometri da casa dovrebbe essere essenzialmente la stessa cosa.
È il tifo, per svariati motivi, che non può essere uguale. Per la quantità, ad esempio, giacché le capienze di pubblico, nelle strutture del vicinato, sono diffusamente ridotte o limitate da problemi di agibilità. Ma anche per il fatto che, pur giocando teoricamente in casa, nella sostanza si è sempre ospiti di qualcun altro, col rischio di un’istintiva diffidenza dei locali e una conseguente aura da sorvegliati speciali. Altra roba, voglio dire, sgolarti e tambureggiare nella tua città, nel tuo stadio, a poche centinaia di metri da casa e con la possibilità di portarti la famiglia al seguito. In serenità, armonia. Sportività.
Per capirci: quand’ero bambino io, di campi per le squadre locali – Sant’Anna incluso – ce n’erano quattro già solo a via Gonzaga. Ciascuno voleva tenerseli accanto, i propri sostenitori, per quanto pochi, o radi, o sparuti. Ma evidentemente erano tempi in cui, tra privati volenterosi e burocrazia meno ostica, anche la passione riusciva a essere una priorità.
11 marzo 2026 – © riproduzione riservata





