[di Ernesto Giacomino]
Sono stato giorni a chiedermi che senso avesse, oggi, per un credente, augurare buona Pasqua. Perché per i cristiani questa è una festa assolutamente diversa dal Natale: lì si commemora, anno dopo anno, la gioiosa speranza dei fedeli dell’epoca che quella fosse davvero la nascita dell’uomo che avrebbe cambiato il mondo. Qui no: quello pasquale è un festeggiamento postumo, a carte scoperte. A risultato conseguito. Qui i credenti celebrano quello stesso nascituro, ma dopo che il mondo l’ha cambiato davvero: non solo, da vivo, riposizionando completamente la linea di confine tra bene e male, tra giusto e ingiusto, tra sostanza e aria fritta, ma soprattutto, da morto, risorgendo per dimostrare che quella nuova strada, all’umanità, non l’aveva indicata un illusionista affabulatore o un sessantottino fumato, bensì un dio.
E va detto che per un po’ la lezione s’era pure capita, no? Dove più e dove meno, diciamo a secoli alterni, per questi due millenni e spicci il grosso del pianeta quegli insegnamenti ha provato a seguirli. Nonostante picchi ciclici di esaltazione o demotivazione il trend di massima ha puntato comunque a renderci individui migliori, e là dove qualche carogna coi baffetti o analogo mitomane hanno tentato d’invertire la rotta s’è innescato sempre un contro-meccanismo umano (automatico, compensativo) che ha rimesso – approssimativamente – le cose a posto.
Almeno, fino a qualche tempo fa. Oggi no, non più. Tipo la navicella Orion quando s’è sganciata dall’orbita terrestre, da un po’ navighiamo a vista nello spazio profondo. Con la differenza che non ce l’abbiamo, a portata di razzo, una gravità lunare che ci abbracci e reindirizzi per rimetterci in carreggiata.
E ovunque, anche in piccolo, anche in questa nostra limitata dimensione cittadina, sta pericolosamente prendendo piede una reazione nuova, difficile a riscontrarsi nei periodi storici precedenti: l’assuefazione. Alla segatura nel cervello di chi da anni ci trascina in massacri e carneficine per lo sfizio di foderarsi lo yacht di diamanti o comprare il castello al barboncino, non opponiamo neanche più il dissenso. Al più stringiamo le spalle, ci adattiamo. O addirittura – se manco male c’è uno spiraglio per buscarci un contentino – condividiamo.
Ci rimbambiamo di slogan e proclami, litighiamo tra fratelli per le follie d’un politico o le omissioni dell’altro. Ci sembra un dramma incontenibile l’eliminazione da un mondiale, dopo però aver pagato col sorriso aumenti improvvisi del trenta per cento – partiti molto prima d’un qualunque accenno di penuria di risorse – a gente che in ogni corpo dilaniato da una bomba ci ha visto solo un’occasione per speculare. Reagiamo a qualunque attacco militare, palazzo sventrato, leader ucciso, fiondandoci a controllare che effetto ha avuto in borsa sui titoli in cui abbiamo investito.
Sarà che col troppo correre, competere, ambire, dentro s’è perso un pezzettino di qualcosa, il dentino di quell’ingranaggio che regolava la compassione. E l’unica cosa in cui possiamo sperare, a questo punto, è che non si tratti d’un processo irreversibile.
Per cui ci s’è detti buona Pasqua, e ok: ma augurare significa altro. E non ha senso se là fuori c’è un mondo che – forse per la prima, vera volta da quella resurrezione – dimostra di non aver ancora capito niente.
18 aprile 2026 – © riproduzione riservata





