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Pasquetta sulla Castelluccia

di NeroSuBianco
27 Marzo 2026
in Racconti

[di Maria Pia D’Andrea]

A Battipaglia, il lunedì in Albis era un rito che nessuno avrebbe osato cambiare. Le famiglie uscivano presto, con cesti pesanti, coperte arrotolate, palloni sotto il braccio e quella felicità semplice che nasceva già sulle scale di casa. La stradina per la Castelluccia era stretta, sassosa, e ogni anno sembrava più lunga. Ma noi bambini correvamo avanti, come se la collina ci chiamasse per nome.

Arrivati su, si apriva il sipario: un prato verde con sentinelle d’ulivo, dove partivano le foto di gruppo, seduti sui tronchi o abbracciati come chi rivede un amico dopo un anno preciso. Sempre con lo stesso affetto, lo stesso profumo d’inizio primavera. Le mamme stendevano le coperte, i papà preparavano la brace, le mamme aprivano i cesti, e subito usciva la soppressata tagliata spessa, la pasta al forno, la frittata di spaghetti, il pollo con le patate. E poi lei… la pastiera di riso che profumava di fiori d’arancio. E loro: i nostri piccilli con l’uovo centrale, che ogni volta rotolava giù per la collinetta. Chi riusciva a trattenerlo, lo tagliava e lo serviva con la soppressata. Che profumo meraviglioso! E ovviamente c’era sempre chi diceva che la propria soppressata era la migliore di tutte. Era un pranzo felice, pieno di odori di festa. E la cornice di tutto questo ritratto era lei: la Castelluccia, il nostro castello.

Gli adulti raccontavano ogni anno una storia diversa sulla proprietaria: la Principessa Pignatelli. A volte giovane e bellissima, altre malinconica, altre ancora severa come una regina antica. Noi bambini ascoltavamo in silenzio, convinti che da qualche parte, dietro quelle mura, ci fosse davvero una presenza gentile. Il momento più emozionante era quando ci avvicinavamo alle porte chiuse del castello. Uno alla volta ci chinavamo, l’occhio incollato al buco della serratura, trattenendo il fiato. E ognuno vedeva qualcosa di diverso.  
«Io ho visto un lampadario!»  
«Io una stanza tutta rossa!»  
«Io una scala che scende giù!»  

Io, invece, vedevo sempre la stessa immagine: una tavola rotonda imbandita, con tovaglie chiare che si muovevano come onde leggere. E al centro, seduta composta, la Principessa. Non parlava, non si muoveva: guardava fuori da una finestra alta, verso il mare lontano. Il mare luccicava come un diamante, e lei sembrava felice di poterlo vedere ancora, anche solo nei nostri sogni.

Gli adulti ridevano delle nostre fantasie, ma non troppo: anche loro, in fondo, avevano bisogno di credere che qualcuno, da lassù, ci guardasse. Una donna che non era più su questa terra, ma che trovava un po’ di pace nel vedere la nostra fratellanza, la nostra spensieratezza, quella gioia rumorosa che forse nella sua vita non aveva avuto abbastanza.

Il pomeriggio scivolava lento, tra pallonate, carte, chitarre e macchinette del caffè che partivano dopo le “braciolate”. Che profumi meravigliosi, ancora nel mio naso e nella mia testa! E quando scendevamo, stanchi e felici, la Castelluccia restava lì, immobile, come una madre antica. Noi ci voltavamo sempre un’ultima volta, convinti che da una finestra, nascosta nell’ombra, la Principessa ci salutasse. E gridavamo in coro: «Ciao Principessaaaa!».

28 marzo 2026 – © riproduzione riservata

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