L’acqua correva a flutti, si perdeva, cascava giù, tornava su. Entrava dalla bocca del delfino. Usciva dalla bocca del delfino. Poi di nuovo l’acqua correva a flutti, si perdeva, cascava giù, tornava su. Entrava dalla bocca del delfino. Usciva dalla bocca del delfino. Ma nessuno sapeva tutta quell’acqua dove andasse a finire. Credevano a Prenkest che la fontana del delfino fosse profonda duecentosedici metri e quindici centimetri. Credevano a Prenkest che sotto la fontana del delfino ci fosse un uomo, un uomo morto annegato, che avesse contato personalmente la lunghezza. Sul fondo della fontana risaltava un’ombra nera, quella del corpo dell’uomo annegato. Il signor Goldsbridge portava a spasso il suo canarino. Contava ogni mattina il numero di rose e di tulipani nell’aiuola intorno alla fontana. Era un lavoro assai certosino, lui procedeva per strati concentrici. L’aiuola intorno alla fontana aveva infatti la forma di un’ellisse. Quel giorno le rose erano centoventitré e i tulipani settantasette. Ogni giorno mancava rispetto il precedente o una rosa o un tulipano. Quel giorno era toccato ai tulipani. Credevano a Prenkest che a estirpare le rose e i tulipani fosse il guardiano della Torre del Municipio. La Torre del Municipio era profumatissima. Dove li tenesse non era dato sapere, ma i fiori erano nella torre. Era inevitabile. Il guardiano della Torre del Municipio non si innamorava mai, stava lì il segreto. Goldsbridge nascondeva il segreto, quello dei fiori che mancavano, come per tutte le cose che sono indicibili. A Prenkest il tempo si era fermato. Succedeva quando bisognava riparare l’orologio del Palazzo dei Giganti. E allora ci si affrettava a rabberciarlo ma stavolta erano gli ingranaggi il problema. Andavano oliati, e l’olio di dattero veniva dal Caucaso. Per una settimana almeno il tempo a Prenkest si sarebbe fermato. E Goldsbridge non avrebbe più contato le rose e i tulipani. Avevano provato nelle campagne di Prenkest a coltivare i datteri ma morivano. Si afflosciavano nella stagione delle piogge. A Prenkest pioveva per centouno giorni l’anno. Avevano provato a sostituire l’olio di dattero con altro olio ma quello era l’unico olio possibile. Con gli altri le lancette scorrevano lente sul quadrante, e i giorni non finivano mai. L’olio di dattero aveva accontentato tutti. Era un rituale sacro quello del tempo che si arrestava, una Pasqua bisestile, che si compiva a intervalli irregolari, una punizione programmatica, alla quale non ci si preparava mai, perché nessuno sapeva quando sarebbe arrivata. L’unico segno del tempo che si fermava erano le lancette immobili e la campana, quella della Torre del Municipio, che non rintoccava più. Non si somigliavano le azioni degli uomini che non sapevano occupare quel tempo fermo. Prenkest diventava un’orchestra senza spartiti. Erano tutti violoncellisti, violinisti, flautisti, bassisti superbi con gli spartiti sott’occhi, esecutori di brani impossibili, ognuno con i propri tempi, ognuno con le proprie note. Quando però le note e i tempi bisognava inventarseli erano tutti inetti, paralizzati nell’atto dello stare al mondo, e il miglior violinista non sapeva suonare, era poi il suo mestiere, e il signor Goldsbridge non riusciva a vivere, lui che era vivo. Improvvisare. Era lì la salvezza. Quelli che sapevano farlo – in pochi a dirla tutta a Prenkest – non si sforzavano mai di cercare una collocazione. Non era un gioco come quello di una giara che si svuotava ma un riempirsi – un colmarsi continuo – come quello di un orcio che traboccava. Era un gioco di pienezza. La capacità di non andare oltre, di non sconfinare, oltre la necessità di ritrovarsi.
Si ammattiva a Prenkest nei giorni del tempo fermo. La città vibrava di urla disperate, capitomboli di vasellame giù dalle finestre e dai balconi, che cascavano sulla testa di qualcuno, una testa spesso calva, perché nei giorni del tempo fermo ci si strappava tutti i capelli. Quando le lancette battevano di nuovo si celebrava il funerale di qualcuno e come in una tradizione tribale e propiziatoria si costruiva una pira. Una pira coi capelli strappati. E si bruciava. Solo che quel rito non aveva proprio nulla di apotropaico perché l’orologio si sarebbe rotto lo stesso, prima o poi. Quelli bravi a improvvisare si radunavano in un podere, uscivano dopo che l’orologio era stato raffazzonato. Squillava la campana della Torre del Municipio e uscivano. In massa, come un gregge, verso la città. In quei sette giorni giocavano a carte e bevevano limonata. Il podere era infatti un rudere in mezzo a un limoneto. Nessuno sapeva chi organizzasse quelle feste, l’inganno per restare lì era non addormentarsi mai. Il signor Goldsbridge restava a Prenkest. Sfruttava quei giorni per dei gesti dimenticati. Rivangava la terra dell’orto, seminava i fagiolini, racimolava un pugno di begonie da portare sulla tomba di Meredith, glossava su un quadernino i risultati del campionato di pallavetro. Goldsbridge sapeva chi organizzava i raduni nel podere. Era una donna incantevole, si direbbe insospettabile, che sapeva improvvisare. Nella vita danzava, non esisteva niente di più di divino. Dio era il maestro dell’improvvisazione. Come se non improvvisando si inventa un mondo in sette giorni. Si chiamava Odette ed era la donna a cui il guardiano della Torre del Municipio nascondeva le rose e i tulipani. Lei rispondeva con un mucchio di lettere ammassate nello scantinato del podere e mai inviate.
Pasquale Manzo
Liceo classico Medi, classe 5a B
30 maggio 2026 – © riproduzione riservata



