
La recente mostra “Lo sguardo delle tabacchine”, organizzata dalle associazioni Civica Mente e Generazioni di Idee nei locali battipagliesi dell’ex Ersac, ha raccontato una storia di emancipazione femminile straordinariamente precorritrice dei tempi. D’una Battipaglia pioniera, nell’intero territorio nazionale, dell’attuazione delle pari opportunità e del riconoscimento della preziosità della donna nel tessuto economico e sociale di una comunità. Non solo nel tabacchificio, o in altre storiche aziende conserviere e manufatturiere, ma anche negli uffici, nelle scuole, nei negozi. Nei campi. Un esercito di donne a maniche rimboccate decise a ricostruire ciò che la barbarie della guerra aveva da poco devastato. Fianco a fianco con gli uomini, da cui venivano valorizzate e rispettate.
Come dire: le premesse, affinché ci evolvessimo definitivamente in un’isola felice estranea all’idiozia della supremazia di genere, c’erano tutte. Eppure no, nei decenni qualcosa dev’essere andato storto, sarà stata colpa d’un qualche concime sbagliato ma il maschio imbecille è fiorito anche da noi. Quello che “psss…” e commenti volgari alla ragazza per strada, per dire. Quello che già da adolescente corteggia col “comando io”, quello che “i figli deve crescerseli la mamma”, quello che “se mi lasci ti distruggo”, quello che “femminuccia” al ragazzino che piange.
Fidanzatine ricattate, colleghe umiliate, sorelle minacciate. Soprusi domestici che a volte saltano fuori ma molto più spesso vengono soffocati e nascosti per anni. Ché quant’è comodo, no, giudicare le culture diverse degli immigrati, avversare religioni e tradizioni degli altri, urlare alla “sostituzione etnica”, quando poi in casa nostra regrediamo giorno per giorno ai tempi di clave e caverne. Quello che abbiamo perso non sono le nostre usanze, ma la nostra memoria. La dignità di una comunità avanzata e solidale nella quale, settant’anni fa, parole come sessismo e misoginia restavano termini astrusi nei dizionari di psicologia.
Eppure c’è un “però”, in questa narrazione. Scomodo, impopolare, fastidioso. Comunque doveroso. Si dice che più impetuoso è il fiume, più compatta dev’essere la diga. A una fetta consistente di maschi serve sicuramente un processo radicale di rieducazione concettuale e comportamentale; così come, però, occorre che l’universo femminile resti sempre, inderogabilmente, coeso e coalizzato. Avvilisce, quando sotto una notizia d’un qualunque disagio occorso a una donna, tra la moltitudine di “se l’è cercata” che si riscontrano tra i commenti parecchi siano proprio di donne. Avvilisce che alla scoperta d’una pagina social con foto osé scattate di nascosto alle mogli, tra quelli che ridacchiavano o minimizzavano ci fosse una corposa presenza femminile. Avvilisce che alcune mie conoscenti, all’epoca di quel banchiere torinese che alla festa d’annuncio nozze mise pubblicamente la fidanzata alla berlina per averlo tradito, insistessero che avesse fatto bene.
È opinione diffusa che il patriarcato sia il punto di partenza della discriminazione di genere. Purtroppo no, è il punto di arrivo: alle spalle c’è il percorso subdolo di una mentalità – spesso unisex – che pare sempre partire allegra, innocua, goliardica. E che poi, per strada, quand’è troppo tardi per cambiare rotta, diventa piaga sociale.
16 maggio 2026 – © riproduzione riservata




