L’ordinanza contro la vendita da asporto di alcolici dopo le sette di sera. Confesso che stavolta m’era sfuggita, più che altro perché mai avrei pensato che dopo un anno e mezzo si replicasse un provvedimento evidentemente, all’epoca, preso di pancia e sull’onda lunga dell’esasperazione. Per dare una parvenza di risposta, una qualsiasi, alle pressioni di zi’ Nanninella del primo piano che si lamentava degli schiamazzi notturni il sabato notte, ché la mattina dopo doveva alzarsi presto per la messa delle sei. Non solo lo si è reintrodotto, peraltro: lo si è inasprito. Là valeva solo per i weekend, qua tutti i giorni. E fino a Capodanno, eh.
Me ne sono accorto qualche giorno fa, per via di questo vizio d’avere un datore di lavoro che mi paga per rispettare un orario di ufficio: come ogni giorno feriale, mi sono ritrovato a Battipaglia dopo le diciannove. Mia moglie m’ha telefonato al volo mentre ero per strada: piglia il vino, ha detto, è finito e abbiamo ospiti a cena. Per cui parcheggio, supermercato, scaffali, scelta, carrello. Cassa. E là, la sorpresa: eh no, se comprate solo da bere non ve lo posso far passare, dovete abbinarci roba da mangiare. Perché attenzione: l’ordinanza dice testualmente che l’acquisto di cibo deve essere prevalente rispetto a quello di alcol. E, credo, in maniera congrua: voglio dire, se svuoto l’intero comparto dei superalcolici, poi la faccio franca esibendo al cassiere una bustina di pistacchi? Cioè, come si stabilisce, questa prevalenza? A peso, a percezione, a valore? Potenzialmente vengo valutato più ‘mbriacone se pasteggio a economicissimi wurstel e fontina, oppure se insieme alla vodka faccio passare sul nastro un vasetto – striminzito ma esoso – di tartufi estivi? E soprattutto, chi stabilisce se il mix mangia&bevi composto dall’acquirente rispetta l’ordinanza? Lui, il cassiere? O magari il Comune ha nominato dei valutatori terzi che arrivano a chiamata, si mettono là, t’aprono la busta, annusano e soppesano e dicono “ok, puoi passare” oppure “non ci siamo, mettici altri due etti di questa gustosa bresaola in offerta”?
Poi, chiaramente – opinione personale, eh – sarebbe tempo mal speso anche un solo minuto dedicato a discernere sulla reale utilità di un provvedimento del genere, a prescindere dal disciplinare tecnico di attuazione. Roba ovvia: se sono un disturbatore seriale, un alcolista molesto, uno che se non beve impazzisce, faccio scorta negli orari consentiti e ci do dentro ventiquattr’ore su ventiquattro. Oppure me ne entro in un bar e ne esco quando ho speso in Negroni anche i ratei di tredicesima e l’anticipo sul TFR. Ancor più perché alcuni media hanno etichettato la cosa come un’azione “contro la malamovida”, quando in realtà il birrone del discount tirato via a un euro e mezzo da Mustafà (perché ci si gira intorno ma l’obiettivo è semplicemente quello) con la malamovida non c’entra niente. C’entra un discorso molto più complesso, radicato, enfatizzato dalla sempre più diffusa assenza di strumenti cognitivi necessari per affrontare le diversità.
Ma questa è un’altra storia. Quella pratica, reale, è che alla fine il vino non l’ho comprato. Il supermercato ha perso una manciata d’euro; e invece il vicino che m’ha passato un paio di bottiglie del suo, fatto in casa, ha guadagnato la mia stima.
10 Ottobre 2026 – © riproduzione riservata




