E così, all’improvviso, ci s’è stravolta la scala delle priorità. Di botto l’incubo principe che scompiglia il sonno del battipagliese medio non è più il fantomatico magrebino ’mbriaco col coltello (nelle versioni coperto o a torso nudo a seconda delle stagioni), o la mancata convocazione del figlio fuoriclasse al torneo della scuola calcio, bensì lui: il commissario prefettizio. Colui che, ove venisse, con un’alitata tipo Gulliver tra i lillipuziani congelerebbe l’azione amministrativa e impedirebbe in un battibaleno le tantissime cose in cantiere per quest’ultimo scorcio di consiliatura.
O almeno, così m’è parso sia stato detto, no? Roba tipo “Se viene il commissario si ferma tutto, ci sono ancora un sacco di risorse da spendere, grandi opere strutturali da realizzare, manutenzioni straordinarie da completare”. Scusatemi la sincerità: tutte adesso? Che c’è stato, finora, un qualche disallineamento astrale o oroscopo sfavorevole che ci ha costretti a scadenzarle per fine mandato? Tipo il sesto giorno della Creazione, insomma: ok il sole, le stelle, il mare e le foreste. Ma il meglio no, teniamocelo per ultimo.
Una cosa che fa sorridere, vedendo la percentuale di opere che invece risultano già avviate da anni e non completate: il mercato coperto, la risistemazione del Sant’Anna, il nuovo Commissariato di Polizia, i locali ricettivi della stazione. Per dire le più vistose, eh. O quelle sulle quali ci si interroga se siano realmente finite o siano state arrabattate alla buona ché l’acqua era poca e la papera non galleggiava (vedasi parco giochi a via De Gasperi, ombroso e accogliente come il cratere d’atterraggio di Curiosity su Marte). O quelle addirittura – inesorabilmente – abbandonate, come l’intero il mappazzone Più Europa (ponte sospeso, parcheggio, retrostazione) o l’idea di riqualificazione della De Amicis (rammentando che – tra decine di progetti di riutilizzo spazianti dall’osservatorio astronomico alla mostra perpetua sulla grafite papuasica – abbattendo l’ultimo piano poteva semplicemente ridiventare una scuola).
Sull’altro fronte, però, pure è enigmatico l’atteggiamento dei consiglieri che stanno puntando alla sfiducia. No, serio, con tutta l’ingenuità del mondo: e ok la perdita di pezzi per strada, e ok la spaccatura progressiva tra fedelissimi e indecisi, e poi tra indecisi e trasbordati all’opposizione, ma qual è la molla che, dopo un’intera consiliatura in cui si sono avute stesse responsabilità e potenziali colpe di chi governava, fa di colpo spalancare le palpebre come dopo un’ibernazione e dire: “Buongiorno, scusate, stavo facendo il fantacalcio, che è successo in questi cinque anni? Ah, non mi sta bene, mi dimetto”. Tutto abbastanza surreale, voglio dire. A meno che non si sia in un fumetto di Cocco Bill, e là il buon Jacovitti avrebbe saputo come piazzarci a corredo un paio di salumi sbucanti dal terreno o il serpentello con la sigaretta e il copricapo sioux.
Ché lo so, che sono anacronistico, eppure rimpiango i bei tempi di quando il sindaco lo eleggeva il consiglio comunale: aveva una maggioranza certa e stava là per agire, non per mediare tra i desideri di chi lo sosteneva. E se s’arrivava alla rottura, lo si sostituiva. Senza dover attendere per cinque anni che qualche soffio magico, dal nulla, aggiustasse le cose.
26 settembre 2026 – © riproduzione riservata



