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Dieci(mila) piccoli indiani

di Ernesto Giacomino
11 Settembre 2026
in Commenti

Che sarebbe un numero così: simbolico, ipotetico. Convenzionale. La somma ideologica degli abitanti di tutti questi paesini che ancora presentano delitti irrisolti, o risolti con parecchi dubbi. Garlasco, Cogne, Erba, Avetrana, Brembate. Pollica. Perché fateci caso: a Roma, o Nuova Delhi, o New York, un assassino in genere lo si becca subito. A Scarrupate di Crapazzate, tre chilometri quadri e millenovecento abitanti acari inclusi, mai.

M’è sovvenuto qualche giorno fa, in occasione dell’ennesimo, tragico anniversario dalla morte di Angelo Vassallo. Indagini con qualche sporadico passo in avanti, vari depistaggi, punti interrogativi. Sostanzialmente, in stallo. Un comune che a estate ormai finita aveva turisti agli sgoccioli e popolazione residente di meno di tremila anime, dove tutti sapevano – e sanno – i dettagli di tutti: saldi di conto, numeri di scarpe, corna, calli e malattie da bambini. Eppure, poi, quand’entrano in mezzo le tragedie, amnesia collettiva: in sedici anni, nessuno che su una panchina, o in pizzeria, o durante la briscola al bar, si sia fatto mai scappare un’opinione, un sospetto, un dubbio, il ricordo d’una visione fugace di qualcosa. Nei paesi è così: se accenni un colpo di tosse ti bussano alla porta per offrirti l’antibiotico, se spari nove colpi di pistola nessuno sente niente. Sarà l’effetto dell’incrocio dei venti.

Idem altrove: a Brembate una ragazzina finì inghiottita nel nulla un passo fuori da una palestra più frequentata del Bandiera Gialla, ad Avetrana nessuno aveva idea che quelle giovincella amabile come l’orchite potesse odiare la cugina. A Garlasco ci sono voluti vent’anni e investigatori arrivati da ovunque per trovare un martello in un canale profondo quanto una jacuzzi (che i dialoghi dell’epoca dei residenti saranno stati tipo: “Oh, c’è appena stato un omicidio, cercano l’arma del delitto e quel tizio ha lanciato un fagotto in acqua”, “Ma no, tira dritto, era una mini-ciambella per il salvataggio delle pantegane”).

Il paesino italiano, insomma, ha più memoria d’un server della Difesa degli Stati Uniti, eppure ha un limite di condivisione con l’esterno, un muro efficacemente invisibile che le impedisce di travalicarne i confini. E l’unica cosa di cui si preoccupa è che man mano i depositari delle sue verità nascoste arrivino anziani e in pace alla fine dei propri giorni, evitando testimonianze postume e pettegolezzi inopportuni.

Inevitabile, in ciò, che a noi battipagliesi quest’evidenza riporti in mente altro. Quell’inverno, quel gennaio del ’53 in cui forse neanche c’eravamo arrivati, a essere un paesino. La scomparsa del sindaco Rago, uno degli eventi più tragicamente surreali dell’intera storia politica italiana. Anche allora lo facemmo: una barriera di silenzio di massima; seppure intervallato, quando messi alle strette, da nicchiamenti, frasi mozzicate, ho visto o forse no o neanche c’ero. Moventi probabili che si fingeva di non sapere, episodi pubblici magicamente sfuggiti alla vista di chiunque. Testimoni che sbucavano e ritrattavano, investigatori che si autodepistavano, ipotesi deliranti spazianti dall’autodistruzione al rapimento alieno. È tremendo, il paese, quando vuole. Perché si dice che più è piccolo e più la gente mormora: ma, per la gioia di pochi fortunati, alla fine non urla mai.

12 settembre 2026 – © riproduzione riservata

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