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Home Psicologia

Quando gli influencer fanno gli psicologi

di Daniela Landi
29 Maggio 2026
in Psicologia

Da qualche anno alcuni influencer pubblicano video e contenuti dedicati alla salute mentale. Descrivono sintomi di disagi, difficoltà relazionali e problemi emotivi, usando termini come trauma, narcisismo, confini, attaccamento, regolazione emotiva e violenza psicologica con grande disinvoltura e, forse, superficialità. Fare divulgazione può essere serio e utile, soprattutto quando è svolta da un professionista della salute mentale. Tuttavia, quando l’obiettivo è anche quello di guadagnare visibilità e follower, anche i professionisti possono essere spinti a creare contenuti che catturano l’attenzione, con messaggi forti, semplici e che tendono a suggerire soluzioni a portata di mano.

Il problema non è la divulgazione, ma il modo in cui la complessità della vita interiore rischia di essere spiegata con slogan, categorie e narrazioni, spesso presentate anche come insegnamenti di vita. Il messaggio di base tende a essere consolatorio. Ad esempio, se stai soffrendo, la colpa è probabilmente di qualcun altro; tu sei la vittima, l’altro è il colpevole. In questi casi, la comunicazione psicologica sui social non contribuisce a una elaborazione dei vissuti personali o a stimolare una capacità di guardarsi dentro e a osservare la situazione dal punto di vista dell’altro; al contrario, sembra offrire delle spiegazioni che rinforzano delle difese psicologiche. 

Questa prospettiva ha un forte potere attrattivo. È così rassicurante! Dal punto di vista psicologico, però, questo tipo di messaggio lavora più sulla consolazione che sulla consapevolezza. Solleva dall’indagare il proprio ruolo nelle relazioni, alleggerisce la responsabilità personale, semplifica il conflitto e permette di sentirsi dalla “parte giusta”. Non invita a interrogarsi sul proprio desiderio, sull’aggressività, sulle dipendenze affettive o sui comportamenti che ripetiamo. Una narrazione che può far stare meglio nel breve periodo, ma che nel lungo termine rischia di ostacolare un reale processo di conoscenza di sé. 

Come scrive Sheldon Kopp nel suo famoso libro Se incontri il Buddha per strada, uccidilo: “Ogni cosa buona ha un prezzo, e lo sviluppo del carattere è una delle cose più costose in assoluto. Ti costerà l’innocenza, le illusioni, le certezze”.

L’influencer psicologico, macinando numeri e follower, tende a confermare il follower nella sua innocenza, mettendo l’altro nel ruolo del persecutore. Quando si presta attenzione alla divulgazione psicologica, soprattutto sui social, può essere utile chiedersi se quegli spunti aiutino davvero a pensare oppure solo a difendersi meglio; se stimolino a comprendere la complessità delle esperienze che viviamo o solo a scaricare le proprie responsabilità sugli altri.

Sono domande importanti, perché il linguaggio della psicoterapia può avere una forte impronta. La vera comprensione non è quella che ci rassicura e consola, ma quella che ci aiuta a vedere con più chiarezza quello che stiamo vivendo, anche quando questa comprensione può essere complessa e difficile da accettare. La psicoterapia è un percorso di ricerca di sé che richiede spesso di lasciar andare le illusioni consolatorie e comporta la disponibilità a diventare più consapevoli e completi, non semplicemente più rassicurati.

30 maggio 2026 – © riproduzione riservata

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