
Sempre più spesso le persone riferiscono di sentirsi stanche. Raccontano che non è tanto una stanchezza fisica, quanto un senso di esaurimento più generale che non trova, apparentemente, una causa precisa.
Alcuni specialisti ritengono che la nostra era digitale, con una connessione continua e l’uso intenso dei social, contribuisca a un sovraccarico mentale dovuto a stimoli continui. Questo fenomeno, definito anche tecnostress, può alterare i ritmi naturali del riposo e provocare un senso di esaurimento sia fisico che psicologico. Il flusso di notifiche, messaggi e informazioni frammenta l’attenzione e non permette al cervello di elaborare le esperienze in modo efficace. La sensazione di dover essere sempre reperibili e il timore di perdersi eventi o aggiornamenti, la cosiddetta FOMO (Fear Of Missing Out), generano uno stato di ansia costante. A questo si aggiunge l’esposizione sui social media e la ricerca continua di approvazione che possono innescare un circolo vizioso che con il tempo può portare a una disconnessione interiore, all’isolamento sociale e a una riduzione dell’empatia.
Questa modalità di utilizzo dei social potrebbe però essere anche un modo per non affrontare meccanismi più profondi del funzionamento della nostra psiche. Ben prima dell’avvento della tecnologia, Jung osservava che ciò che logora davvero la psiche è il tradimento di sé stessi. Vivere un’identità che non ci appartiene, in quanto si interpreta un ruolo che aiuta ad ottenere approvazione sociale o per rispettare aspettative altrui, consuma la nostra energia psichica.
La cultura contemporanea ha sviluppato diverse tecniche che contribuiscono a non farci sentire, per non stare fermi abbastanza a lungo da dover incontrare qualcosa che non vogliamo affrontare.
Per questo, una domanda utile da porsi rispetto al proprio esaurimento potrebbe essere: di cosa sono stanco? Spesso una fatica che non ha una causa visibile è il modo con cui la psiche segnala che qualcosa di importante, che forse preferiamo non guardare, chiede attenzione. ualcosa che forse non vogliamo
La psicologia insegna che l’evitamento alimenta la sofferenza. Il dolore non elaborato non scompare con il tempo, ma si accumula. Dispiaceri, frustrazioni e delusioni ignorate si possono trasformare in depressione, la rabbia non riconosciuta in aggressività, la solitudine non affrontata in dipendenza emotiva.
Quel senso di sfinimento può essere letto anche come un segnale di qualcosa che era stato tenuto fuori dalla coscienza e che ora chiede di essere visto. La stanchezza può essere una soglia, un punto in cui qualche nostra abitudine non funziona più e qualcosa di più autentico cerca spazio. Riconoscere questo momento è già un atto di cura.
Scegliere di accantonare un poco la necessità di scrollare quasi ipnotizzati le pagine dei social, disattivare qualche notifica e rivolgere l’attenzione a sé stessi, a qualcosa che ci appassiona davvero, a un amico da incontrare, al gioco, può far scoprire una rinnovata carica di energia che può innestare un circolo virtuoso di benessere.
11 luglio 2026 © riproduzione riservata




