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Quando c’era Pippi

di Maria Pia D’Andrea
15 Maggio 2026
in Racconti

Piove. Le gocce scendono lente, come se il cielo avesse deciso di raccontare anche lui una storia. E mentre guardo Rocca di Papa velarsi di nebbia, la memoria mi riporta lontano, nella mia Battipaglia, ai pomeriggi d’inverno che hanno fatto di me ciò che sono.

La casa aveva un odore preciso: tè caldo, dolce appena sfornato e quel profumo di famiglia che non si trova in nessun altro luogo. Il cuore di tutto era il tavolo rotondo del soggiorno, accanto alla cucina. Un tavolo semplice, ma per noi era un universo. Il cerchio non ha spigoli. Non ferisce, non divide, non crea gerarchie. Il cerchio accoglie, abbraccia, tiene insieme. Forse è per questo che ancora oggi amo tutto ciò che è sferico: perché mi ricorda quel modo perfetto di stare vicine, senza un inizio e senza una fine.

Eravamo sorelline sedute lì, come pianeti in orbita attorno allo stesso sole. Io preparavo il tè — sempre troppo caldo — e un dolce che profumava la stanza. Le mie sorelline prendevano posto con quella compostezza che solo i bambini hanno quando stanno per vivere un momento importante. E lo era davvero: stava per iniziare Pippi Calzelunghe. Pippi non era solo un personaggio. Era un manifesto. Una bambina che non chiedeva il permesso di essere se stessa. Una che rideva forte, che sbagliava senza vergogna, che inventava mondi dove gli adulti non comandavano e la fantasia era legge. Ci piaceva perché era libera. Ci piaceva perché era coraggiosa. Ci piaceva perché era diversa, e noi, senza dircelo, capivamo che essere diverse era una ricchezza.

La sua scimmietta, le sue trecce ribelli, la sua casa tutta sua: tutto parlava di un modo nuovo di stare al mondo. E noi, sedute attorno al nostro tavolo rotondo, imparavamo che la forza non è durezza, ma immaginazione. Che la libertà non è solitudine, ma autenticità. Che si può essere fragili e fortissime allo stesso tempo. Fuori la pioggia batteva sui vetri, ma dentro c’era un calore che nessun inverno poteva spegnere. Il tavolo rotondo diventava il nostro centro di gravità: lì si posavano le tazze fumanti, lì si intrecciavano gli sguardi, lì si costruiva la nostra complicità. E poi c’era l’attesa del papà. Un’attesa dolce, silenziosa, che riempiva la stanza come un profumo. Ogni rumore di chiave nella porta era un piccolo brivido.

Non so se in altre case regnava la stessa magia. Forse sì, forse no. Ma nella nostra, quei pomeriggi erano sacri. Erano un cerchio perfetto: noi sorelline, la pioggia, il dolce, il tè, Pippi e l’amore che ci teneva unite. Oggi, mentre il cielo torna a raccontare e il mio giardino si veste di nebbia, sento che quei pomeriggi non sono mai finiti davvero. Vivono in ogni forma tonda che scelgo, in ogni rituale che creo, in ogni attesa che custodisco. Sono il mio cerchio interiore, quello che non si spezza. Quello che mi riporta sempre a casa.

16 maggio 2026 – © riproduzione riservata

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