In un’epoca dominata da cure farmacologiche e protocolli terapeutici strutturati, Randolph M. Nesse, psichiatra e studioso di medicina evoluzionista, nel suo libro Buone ragioni per stare male rivoluziona il nostro sguardo sulla sofferenza psichica. Egli sostiene che molti disturbi psicologici non siano semplicemente una disfunzione genetica o ambientale, ma risposte adattive sviluppate nel corso dell’evoluzione. Perché proviamo ansia, depressione, sentimenti ossessivi? Potrebbe non trattarsi di un disturbo, in quanto queste emozioni ci hanno accompagnato e protetto nel corso della nostra storia evolutiva. L’ansia non è semplicemente un disagio da eliminare, un sistema d’allarme che se attivato con eccessiva frequenza può diventare invalidante. Bisogna invece considerare che, da sempre, di fronte ai pericoli ancestrali, l’ansia è stata vitale per la sopravvivenza; un meccanismo adattivo che ha favorito chi era in grado di rilevare e evitare i rischi, trasmettendo alle generazioni successive i geni che si sono rivelati utili per sopravvivere.
Anche la depressione, in questa prospettiva, potrebbe rappresentare un ritiro strategico, una risposta necessaria a conservare energie, evitare sprechi e ridurre l’esposizione ai rischi sociali nei momenti di maggiore vulnerabilità. Non si tratta quindi soltanto di un deficit di qualche neurotrasmettitore, ma di una risposta a perdite, separazioni, obiettivi non raggiunti o ruoli sociali compromessi. L’autore paragona la depressione a un meccanismo che interrompe alcuni comportamenti, creando spazio per riflettere e riorganizzarsi. Sempre secondo Nesse, alcune tendenze ossessive potrebbero derivare da approcci mentali selezionati per proteggere, evitando minacce reali quali contaminazione, errori, perdita di controllo, che nell’epoca attuale diventano un tentativo di protezione sproporzionato e soffocante rispetto alla reale pericolosità della situazione.
L’approccio evolutivo può sembrare che tenda a giustificare la sofferenza, in realtà ci invita a contestualizzarla. Riconoscere una funzione adattiva non significa negare il dolore o rinunciare alla cura, non sostituisce la psicoterapia e, quando necessario, il supporto dei farmaci. Questo paradigma ci stimola a ripensare i nostri disagi e a valutare approcci terapeutici in senso più personalizzato e contestuale. Non c’è una risposta unica per tutti, ma un ascolto che sappia porsi delle domande: perché sto male? Perché in questo momento? Cosa rappresenta questo sintomo nel complesso della mia storia di vita?
Comprendere la sofferenza in un orizzonte più ampio di quello circoscritto al vissuto individuale, può avere un effetto profondamente trasformativo. Scoprire che la propria ansia o tristezza non è solo qualcosa da riparare, ma una risposta che ha radici antiche e persino una logica, può ridurre la sensazione di sentirsi sbagliati, aumentare la tolleranza del disagio e aprire nuove possibilità terapeutiche. Quello che viene vissuto come un disturbo si può trasformare, almeno in parte, in una forma di saggezza ancestrale.
30 aprile 2026 – © riproduzione riservata



