Andrea posò la penna in preda a un fremito. Si allontanò dalla scrivania della sua stanza con una spinta del piede e, ruotando poco sulla sedia girevole, rimase a fissare fuori dalla finestra. Era mattina presto, il sole lo vedeva appena, forse perché il grande edificio che si stagliava a pochi metri dalla sua posizione ne ostacolava in parte i bagliori. Un unico modesto fascio di luce colpiva la superficie levigata della sua postazione. Spostò lo sguardo sul quadrante del suo orologio da polso; quando il minuto, che stava scorrendo lentamente, si estinse, si alzò meccanicamente e andò in salotto, dove giunse alle sue orecchie la voce familiare della presentatrice di Prima Pagina, dalla tivù già accesa.
Ci vuole straordinaria capacità di scissione a comando dell’Io per poter fare un lavoro del genere, si ritrovò a pensare. Passare in rassegna alle 6:47 del mattino gli aggiornamenti dal mondo in fermento, comunicare stragi, cronaca di guerra, un altro omicidio, per poi far partire la pubblicità, bere il caffè pensando a cosa cucinare per pranzo e ricominciare di nuovo richiede sicuramente nervi d’acciaio, o almeno un talento nel “non immedesimarsi” nei fatti che si verificano in tempo reale ai confini del proprio microcosmo.
Andrea avrebbe voluto avere questa abilità. Avrebbe voluto che tante cose che riguardavano la sua vita fossero state diverse, a cominciare magari dal tempo in cui viveva. Nulla da lamentarsi, certamente, sulla propria qualità della vita mediocre, sulla possibilità che aveva avuto di ricevere una prima istruzione o sull’opportunità di potersi scegliere una futura strada in qualunque campo volesse, perché sapeva che erano tutte cose che non ognuno poteva permettersi; avrebbe solo preferito che non fosse tutto vano, inutile. Perché tanto avrebbe visto la morte prima dei cinquant’anni, e di questo ne aveva la certezza.
Uscì di casa all’esatto orario che prevedeva la sua routine e si diresse alla sua consueta fermata per prendere i mezzi. Sotto la pensilina in piazza, c’erano due vecchine che commentavano le ultime notizie sentite al telegiornale. Menomale che quando succederà qualcosa al mondo, io non ci sarò più e non sarà un mio problema, affermava una delle due. Aveva un piccolo crocifisso d’oro appeso al collo.
Arrivò la loro corsa; salì a bordo dopo le signore, e sedendosi rimandava la mente all’immagine del nonno che nascondeva il viso nella manica di quella felpa, la più vecchia che Andrea possedeva, e mugugnava: scusateci, scusateci se vi stiamo dando questo.
Scese al capolinea. Camminando incrociava persone. Andrea era quel giovane barista che apriva il locale, la studentessa del liceo laggiù con lo zaino Eastpak, era quel cantoniere senza ancora accenno di barba e la ragazza proprietaria del centro estetico. Tutti allo stesso tempo. Sentiva tutto ma non riusciva ad udire quell’unica cosa che forse avrebbe garantito un più sereno affronto. Era stata portata via.
Margherita Grazia Lullo
Liceo classico Medi, classe 5a A
16 maggio 2026 – © riproduzione riservata



