Polvere di stalle

[di Ernesto Giacomino]

Scrivo mentre sui social impazzano gli applausi per gli ignoti battipagliesi che hanno cosparso di sterco il palco destinato all’ospitata recente d’un parlamentare. Il non dirne nome e partito non sottende alcun obbligo di par condicio (sai la fantasia, a indovinare di chi si tratti), ma solo una premessa doverosa sul fatto che questo non è un pezzo politico.
Chiamiamola burla, e ok. Ma non chiamiamola contestazione. Soprattutto perché le conseguenze pratiche, altro che dell’onorevole, sono tutte nostre: quel letame sono comunque andati a spalarlo poveracci – nostri concittadini, parenti, amici, eccetera – che con la protesta politica non c’entrano niente. Gente che come ogni giorno s’era levata di buon’ora per andare a fare il proprio dovere nelle strade, e a cui invece è toccato maneggiare l’immaneggiabile per la notturna goliardiata di qualcuno. Risultato? Al politico scapperà un sorrisino, tutto qua. Una conferma gratuita dei pregiudizi che già aveva. Un po’ come quegli scioperi selvaggi di categoria: tir che imbottigliano le autostrade e sfasciano l’auto di eventuali malcapitati che devono passare per tenersi stretto il lavoro. Mentre magari gli stessi doppiopetti contestati, i primi che dovrebbero avvertire il disagio, sfrecciano sul caos con elicotteri e voli in prima classe. La stitica, illusoria pretesa che per farsi ascoltare occorra danneggiare in primis non chi ti crea il problema, ma chi lo vive esattamente come te. Direi “guerra fra poveri”, ma ormai è un termine talmente abusato che, col tempo, ha perso di significato.
Dice: finalmente, una città che s’è data un’impennata di dignità. Un territorio che rivendica i suoi principi, i suoi ideali, la sua memoria storica. Mica tanto. Nei gesti plateali, condivisibili o meno, ci si mette la faccia. La “vandalata” anonima resta tale, senza nessun retrotesto visibile. Peraltro, senza attori dichiarati, chi dice che non possa essere venduta come una messinscena della stessa fazione oggetto di protesta? Così, giusto per creare tensione, per tuonare dal palco un “ve l’avevo detto” che ci sta sempre bene.
Io parto dal confronto; e se proprio non c’è spazio di manovra, al massimo, passo all’indifferenza. Non m’inalbero, non esplodo, non vomito rabbia repressa. Gli strumenti per pensare, scegliere e comunicare li ho senza ricorrere al cattivo gusto o trovate da Marchese del Grillo: quelli oggettivi me li dà la Costituzione, e quelli soggettivi i quattro secoli di pensiero illuminato che tutti dovremmo ormai aver ben radicati nel patrimonio genetico. Un politico che non ci sta bene a prescindere si può sempre non andare a sentire. Ma se è qua, se ne hanno invocato l’arrivo, vuol dire che c’è una porzione di noi che così vuole essere rappresentata. Non esiste il concetto dell’“io sono più elettore di te”.
E quanto più vogliamo considerare oltranzista o retrogrado un determinato pensiero, tanto più dovremmo adoperarci a osteggiarlo nella direzione opposta. Due autoreti, da che calcio è calcio, non fanno un goal.
C’era l’occasione, una volta tanto, di dare una lezione di civiltà. Ma è pur vero che le elezioni le danno i maestri. E noi, per un qualche capriccio del tempo, restiamo ancora scolari.

20 maggio 2016 – © Riproduzione riservata
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