E niente, non ce ne si esce più. A distanza di settimane dalla caduta dell’amministrazione continua il contraddittorio mediatico tra sostenitori e avversatori dell’ex sindaca. Con un punto, su tutti, che sembra essere il più paradossale: non ci si capisce sui termini.
Prima dello scioglimento del consiglio comunale i “pro-Sind” lamentavano che il commissariamento avrebbe bloccato le grandi opere già programmate. Poi arriva il commissario, dà il via alla prosecuzione, e loro: “Visto? Se pure lui le reputa prioritarie vuol dire che l’amministrazione stava lavorando bene”. Che non è esattamente la stessa cosa che avevano detto prima, ma va be’. Come si dice, l’importante è sfinire. E ancora: durante un’intervista, il commissario si lascia scappare di aver trovato, al suo arrivo, una città apparentemente trascurata e abbandonata. E quindi apriti cielo: e certo, guarda quello e non guarda i conti risanati, i crediti recuperati, l’efficientamento degli uffici e la pianificazione a medio-lungo termine.
Il problema è che per qualche motivo si fa fatica, in questa città, a distinguere tra ordinaria e straordinaria amministrazione. Tra manutenzione volante e grandi interventi strutturali. Pretendere che si estirpino erbacce da una rotonda non significa disconoscere l’importanza di un investimento urbanistico. Inveire contro l’assenza di un qualunque tentativo di rimuovere le oscenità che da mezzo secolo imbrattano qualunque muro non significa dire che un sindaco non sa spendere i soldi dei fondi pubblici.
Il commissario ci ha visto bene ed è stato sincero. E, soprattutto, lo ha detto non come funzionario dello Stato ma come visitatore che arriva qua per la prima volta. Incarnando in un’unica voce – finalmente autorevole e ascoltata – tutte le migliaia di potenziali viandanti, bagnanti, turisti di passaggio, parenti di residenti arrivati da fuori. La realtà sta là, sotto gli occhi di tutti, e ha un tasso d’innegabilità pari a quello dell’alternanza tra giorno e notte. Battipaglia è cadente, languente e decadente: fatevene una ragione. E lo è da molto prima dell’incremento del flusso migratorio, per cui smettiamola di prendercela col magrebino alticcio o il kebabbaro in bicicletta. Il brutto biglietto da visita d’uno svincolo autostradale al buio e disperso tra sterpaglie ingiallite, o della fontana-obelisco a inizio città spenta e senz’acqua, o d’una viabilità diffusamente caotica e mal gestita, non ce l’hanno portato i migranti. Piuttosto, è quell’approccio del “va be’, ci penso domani” tipicamente provincial-meridionale secondo cui le cose, se non sono urgenti, non sono nemmeno importanti. E così, una scempiaggine via l’altra, alla lunga si diventa accumulatori seriali di storture, squallore, bruttezza.
In sostanza, pro-Sind e no-Sind dicono la stessa cosa ma nessuno accetta d’essere d’accordo con l’altro. La conduzione di un Comune è a strati come le cipolle: in quelli più interni ci sono normative, risorse, pianificazioni, e in genere è materia in cui si addentra solo quando si è davvero del mestiere. In quelli esterni, invece, c’è tutto lo spicciolame ordinario tipo puzze, buche in strada e lampadine fulminate, appartenenti al capitolo “cause e rimedi per il disagio quotidiano”. E qua, signora maestra, interrogateci tutti che siamo assai più preparati.
7 novembre 2026 – © riproduzione riservata




