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Una città per cantiere

di Ernesto Giacomino
22 Ottobre 2026
in Commenti

Chiaro che non sono un esperto, io, di tempistiche di ristrutturazione dei palazzi. Né di quelle invasive, tipo scardinamenti e ricostruzioni, né di quelle più light come il rifacimento d’una facciata.

Epperò, dai: magari non è mestiere mio, ma sono un cittadino. E manco può sembrarmi normale, semplicemente perché sono profano della materia, che per quattro o cinque piani di nuovo intonaco più stuccatura e riverniciatura si tengano montati ponteggi per mesi. A volte, addirittura per anni.

Che poi, boh, non lo so quanto il Comune sia tenuto a rinnovare l’autorizzazione per l’occupazione del suolo soltanto perché un tizio dall’altra parte dello sportello caccia i soldini. Specie perché queste manutenzioni, salvo rare eccezioni, sono sempre altamente limitative della viabilità, sia automobilistiche che pedonali. E soprattutto, anche se tassativamente organizzate al massimo livello di sicurezza per terzi e addetti ai lavori, non è che possano autonomamente scongiurare il rischio d’un qualunque pericolo per eventi eccezionali. Ché ormai natura e clima sono impazziti, e magari le norme antinfortunistiche non s’aggiornano così velocemente come i nubifragi o le trombe d’aria che di botto ci ritroviamo per le strade.

Dice che alcune città mettono dei limiti al numero di rinnovi, altre proprio per niente, altre addirittura li legano alla durata della concessione edilizia, e magari con la possibilità di prorogare e rimodulare e ricreare. Il fatto è che non sempre l’allungamento dei termini di completamento di questi lavori discende da motivazioni tecniche, fattuali. Molto spesso è per la causa del condomino che non era d’accordo, di quello dell’edificio di fronte che non ha più la visuale sulla piazza, dell’erede della palazzina familiare che impugna il testamento a lavori avviati. O magari del conseguente consulente tecnico del giudice che ha i suoi bei novanta, centoventi giorni e proroghe varie per fare una perizia. Senza contare i lavori affidati al risparmio con tipo una clausola di priorità, per cui mast’Ugolino ha il diritto para-contrattuale di lasciarti a piedi quanto vuole se nel frattempo gli sbloccano il cantiere grosso da dieci lotti e le sue squadre d’operai deve mandarle tutte là.

E intanto, nei quartieri, il disagio. Corsie ristrette, marciapiedi impraticabili. Traffico, code, rallentamenti. Barriere architettoniche, carrozzine e buste della spesa che s’incastrano nei cunicoli sotto i ponteggi. Alle volte – senza nessun preavviso – strade del tutto chiuse. Oltre alle decine di posti auto sottratti a oltranza in una città che già ne scarseggia di suo. E spesso, quando i tempi si allungano più del dovuto, tocca pure vedere che, chissà da quanto, su quei ponteggi non ci sta lavorando più nessuno. Voglio dire: basta in quei casi, esibire autorizzazione e ricevuta di pagamento per sentirsi a posto verso la comunità?

Ovvio che qui non è più una questione di diritti e doveri, s’entra più pragmaticamente in quella che il diritto amministrativo chiama sfera d’interessi legittimi. Il foglio cartabollato mette in regola sul fronte normativo, su quello civico ci vorrebbe un passettino in più. O un giro di vite sui rinnovi: perché per distinguere tra cause di forza maggiore e deliberata perdita di tempo, alla fine, non è che serva sempre un tribunale.  

24 ottobre 2026 – © riproduzione riservata

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