
Negli ultimi anni la psicoterapia e alcune parole del suo linguaggio, come relazioni tossiche, confini, trauma, narcisista, sono diventate di uso comune. Sembra una conquista, in quanto per molto tempo la sofferenza psichica e il ricorso allo specialista sono stati stigmatizzati e spesso nascosti. Questa diffusione può rappresentare anche un rischio? Questa tematica viene approfondita da Giulia Bergamaschi, filosofa della psichiatria, nel saggio La terapia non ci salverà. Nuove pratiche di vicinanza oltre la vita psicologizzata.
L’autrice indaga cosa succede quando il linguaggio psicologico diventa un modo attraverso cui interpretiamo il dolore, le relazioni e noi stessi. Definisce questo processo psicologizzazione. Le categorie cliniche entrano nel linguaggio comune, ampliando il campo di applicazione di concetti clinici e morali. Così una relazione difficile diventa tossica, un tratto di carattere problematico diventa un segnale d’allarme e i confini, posti per tutelarsi, rischiano di diventare dei limiti alla possibilità di confronto. Secondo Bergamaschi, attualmente il ricorso al linguaggio psicologico serve spesso per ottenere legittimazione. Il dolore viene riconosciuto solo se ha un nome clinico e un bisogno viene ascoltato solo se passa attraverso una diagnosi.
Quando il benessere viene presentato come il risultato di un lavoro su sé stessi, problemi come la precarietà, la solitudine o il burnout rischiano di diventare dei fallimenti personali. Lo psicologo David Smail parlava a questo proposito di “volontarismo magico”, per cui basta volere qualcosa e lavorare abbastanza su di sé, per ottenerla e stare bene. Se non si riesce, la responsabilità è individuale, togliendo ogni prospettiva di una visione collettiva.
In questo contesto il ricorso alla psicoterapia appare necessario e le ricerche indicano che funziona e che per “guarire” e stare meglio, più della tecnica e del modello teorico, quello che rileva è la qualità della relazione tra paziente e terapeuta. Ciò che cura è appunto l’incontro con qualcuno che ascolta e riconosce. La terapia offre uno spazio protetto e può integrare qualcosa che possono dare anche l’amicizia, la comunità, la famiglia d’origine o quella scelta. Può diventare un problema quando, in mancanza di queste possibilità, il setting terapeutico diventa l’unico luogo in cui ci si sente visti. Per rimediare, occorre ricostruire pratiche di vicinanza, con reti di cura, gruppi di autocoscienza, legami tra pari fondati sulla responsabilità reciproca. La filosofa Donna Haraway, parla di oddkin, parentele insolite, legami di cura e di solidarietà che superano il concetto di famiglia in senso stretto.
La terapia funziona quando restituisce la persona alla vita. Chi ha fatto un buon percorso non interpreta tutto in termini clinici, si sente capace di stare nelle relazioni imperfette, di sostenere un conflitto senza chiamarlo abuso, di chiedere aiuto agli amici e non solo agli specialisti. L’obiettivo dovrebbe essere di ritrovare la propria anima in dialogo, confronto e scambio con il mondo. La terapia, da sola, non ci salverà, però può insegnarci a lasciarci salvare anche dagli altri.
10 Ottobre 2026 – © riproduzione riservata



