Qualche giorno fa un’amica mi ha raccontato che si vergognava di dire alle sorelle, con le quali ha un rapporto di confidenza, che lei fumava. Questo piccolo spunto mi ha stimolato qualche domanda: perché ci vergogniamo? Da dove viene questa emozione e a cosa serve?
La vergogna appartiene alla categoria delle emozioni cosiddette secondarie, che si distinguono da quelle primarie perché non sono innate, ma si sviluppano attraverso l’interazione sociale. Non nascono spontanee dentro di noi, in quanto hanno bisogno del confronto con gli altri.
In questa dimensione relazionale possiamo comprendere la sua funzione evolutiva e adattiva. Per gran parte della storia umana, essere accolti nel proprio gruppo ha significato sopravvivere e, quindi, poter accedere a risorse, trovare protezione, soddisfare bisogni fondamentali. La vergogna agisce come un segnale interno che ci avverte quando rischiamo di violare le norme del gruppo e di perderne l’appartenenza. È un’emozione prosociale che ci spinge alla conformità per preservare il legame.
Ma quando iniziamo a percepire le situazioni in cui qualcosa in quello che facciamo o mostriamo è messo in discussione? Quando avviene che ci sentiamo minacciati dallo sguardo degli altri?
Dal punto di vista della psicologia analitica, la vergogna non riguarda tanto quello che facciamo, quanto quello che sentiamo di essere. Non è il gesto a fare paura, ma la sensazione di essere visti in qualcosa di sbagliato, difettoso, inaccettabile. Jung chiamò “ombra” quella parte della psiche che raccoglie tutto ciò che abbiamo rifiutato di noi stessi, come le debolezze, le pulsioni, gli aspetti che non ci permettiamo di mostrare. La vergogna è la paura di essere visti in quella zona d’ombra.
Le sue radici affondano nell’infanzia, nell’incontro tra il bambino e la figura di riferimento. Quando lo sguardo dell’adulto assume la forma del giudizio, quando l’affetto sembra subordinato al risultato, quando l’errore viene trattato come un difetto di carattere anziché come una tappa normale dello sviluppo, e il bambino impara che certi suoi modi di essere vanno nascosti. Quell’impronta non scompare crescendo, anzi, si rafforza con l’influenza dell’ambiente, le sue regole, le sue aspettative, i suoi confini tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è.
Drusilla Foer, nel suo libro Tu non conosci la vergogna, descrive questa emozione come qualcosa che immobilizza e non permette il perdono di sé. La paragona a una cantina buia chiusa dall’esterno, un luogo che inchioda. La vergogna si attiva sotto uno sguardo giudicante, reale o immaginato, e produce contrazione, ritiro, desiderio di sparire. In alternativa, l’autrice propone il pudore, che definisce con l’immagine di “una stanza piena di luce dove riposano le cose che vogliamo tenere per noi”. È una distinzione importante. Il pudore non è una vergogna attenuata, è qualcosa di diverso. Non nasconde per paura del giudizio, ma protegge per rispetto di sé, della propria intimità, di ciò che si ritiene prezioso. Mentre la vergogna è reattiva e paralizzante, il pudore è una scelta consapevole, un confine che tracciamo non perché temiamo gli altri, ma perché sappiamo cosa vogliamo custodire.
27 giugno 2026 – © riproduzione riservata




