Abituata a osservare le mie dinamiche interne e ascoltando gli altri, ho spesso notato come noi stessi possiamo, talvolta, rappresentare la principale causa dei nostri problemi. Mi riferisco a quelle situazioni che, pur causando disagio e sofferenza, periodicamente si ripresentano e che, senza rendercene conto, molte volte siamo proprio noi a provocare. Freud chiamava questo fenomeno coazione a ripetere. Perché lo facciamo? La coazione a ripetere è oggetto di studio e le risposte possono essere diverse.
I nostri primi legami affettivi da bambini, anche quando dolorosi, costituiscono il nostro ambiente di riferimento. Per quanto trascuranti o disfunzionali siano stati, è lì che da bambini conosciamo e sperimentiamo la cura e il conforto, ed è lì che sviluppiamo le nostre strategie per crescere. Nelle nostre dinamiche di adulti, spesso, può succedere di continuare a ripetere lo stesso schema problematico.
Una prima motivazione alla coazione a ripetere può riguardare il bisogno di controllo su esperienze dolorose o traumatiche, vissute da bambini in condizioni di impotenza. Alla base vi è la fantasia inconscia di poter rivivere quelle esperienze creando un contesto simile, convinti che questa volta le cose possono andare diversamente e che da adulti non permetteremo più di subire quelle situazioni e che, anzi, potremo guarire dalle ferite del passato.
Un’altra modalità si può verificare quando ci sentiamo in colpa per il nostro successo o perché proviamo gioia. Cerchiano, quindi, motivi di sofferenza, quasi per espiare la colpa e placare la coscienza. In questi casi, il dolore diventa quasi un prezzo da pagare per il piacere che ci potremmo concedere.
Ancora, in una dinamica di aggressività passiva, il desiderio di punire qualcuno può essere più forte del desiderio di evitare il dolore. Potremmo sabotare le nostre possibilità di successo o di felicità per un desidero inconscio di punire chi ci ha fatto soffrire, con la conseguenza di restare bloccati nel passato, rinunciando ad assumerci la responsabilità della nostra vita nel presente.
In altri casi, un senso di superiorità personale si può fondare sul sacrificio di sé e sulla sofferenza. Sembriamo organizzare la nostra identità attorno alla convinzione che siamo migliori perché soffriamo, una specie di masochismo morale con cui reiterare la sofferenza.
Può capitare, se si fa una psicoterapia, che siamo invitati a riflettere sulguadagno secondario, cioè sul fatto che in questi contesti di sofferenza, potrebbe esserci, inconsciamente, un vantaggio quale quello di attirare attenzione, suscitare compassione, essere esonerati dalle responsabilità, ricevere trattamenti di favore e altro. Potremmo pensare che non ci sia alcun beneficio e che faremmo qualsiasi cosa per uscire dalla situazione dolorosa; eppure, se ci concediamo una riflessione più profonda, potrebbe emergere una risposta che ci sorprende.
La maggior parte di questi schemi opera al di fuori della nostra consapevolezza. Per modificarli radicalmente, dobbiamo prendere coscienza delle loro varie declinazioni e risalire alle origini, alle cause che ci hanno stimolato a elaborarli. Ogni momento è utile per impegnarsi a cambiarli.
26 settembre 2026 – © riproduzione riservata




