[di Pasquale Manzo*]
Elio non comprava un mazzo di rose da quando usciva le prime volte con Alba. Regalare qualcosa a qualcuno senza che ci fossero eventi da festeggiare gli era sempre parso un gesto meschino, che nascondeva dietro di sé un secondo fine che in fondo però era un mezzo. Un mezzo per arrivare ad altro. A Elio poi i fiori nemmeno piacevano, né tantomeno come regalo, perché poi appassivano. E una volta sfioriti, i fiori, erano poi da gettare solo nell’umido. Elio non voleva che un suo pensiero, una sua idea, potesse finire così. Era una persona di sani principi che a volte lasciava confondere il suo animo a un sentimento di apatico cinismo.
L’aria era ferma e torrida. Era giugno. Elio vestiva con una polo rossa e un paio di calzoncini verde oliva. Sotto il sudato braccio destro portava un giornale, anche questo bagnato, e nella mano, la destra, sempre, un pacchetto di sigarette da rollare. Elio era anche un uomo paziente. Un uomo cinico e paziente quindi. Amava dedicare il tempo alle cose che doveva usare. Amava sbucciare le mele, amava appendere i quadri di casa, amava ritinteggiare le pareti su cui si poggiavano i quadri di casa. Usciva di casa sempre molto presto. Amava passeggiare sotto pochi occhi incrociando gli stessi sguardi da quindici anni, come si farebbe ad appuntamenti non richiesti, occhi che non pretendevano nulla da lui e dalla sua vita, nemmeno la sua assidua presenza. Elio era seduto su una panchina, la stessa, quella verde verso lo snodo che portava al cancello del parco. Aveva poggiato il giornale e messo in tasca le sigarette. Si sentiva l’odore di pioggia che colava dagli alberi e che rintoccava sulla terra già secca. Le orchidee odoravano di fanciullezza e delle passeggiate col padre nella casa giù al mare. L’atrocità del loro alito Elio l’aveva ritrovata solo coi pochi ubriachi con cui aveva avuto occasione di fare combriccola.
Erano le sette e il silenzio in città sudava. Sudava ancora. Elio capì dopo l’università che esistevano vari tipi di silenzi. I silenzi pieni e i silenzi vuoti. I primi erano dei sensibili, i secondi degli indifferenti. Entrambi tacevano per non spezzare equilibri, i primi per compassione, i secondi per carità d’animo. Elio tra le due categorie si poneva nel mezzo. Secondo lui, secondo criteri che nemmeno si era mai imposto, quel silenzio apparteneva alla prima categoria. Era tra i due il più bello perché non implorava rumore. Era silenzio e basta. Si stendeva come un mostro a cui bisognava chiedere pietà per continuare a sopravvivere tra le scene illustrate di un fumetto senz’ancora una fine. Nessun urlo. Nessun guaito. Nemmeno gli schiaffi carezzevoli del vento. Fogliame a perdere la vista, sugli alberi, sui cespi, come vestiti volanti di pudiche dee dell’amore. Solo scalpiccio, più o meno rapido, di uomini più o meno crudeli. Un metronomo. Tic-tac e si ricomincia, daccapo. È il ciclo delle cose finite, quello di morire in sé stesse.
Dalila passò di lì, come faceva sempre, da dieci anni. Era una donna sola, affascinante, di una bellezza ingenua, che non pretendeva di essere ammirata, ma che bisognava capire e proprio perché andava capita erano stati pochi gli uomini a essersi innamorati di lei, ad avere il coraggio di farlo, solo che quei pochi lei li aveva respinti. Era una donna disillusa. Accennò un saluto col mento, Elio fece lo stesso. Pensava, vedendola in tanta freschezza, che se avesse avuto dieci anni in meno se ne sarebbe invaghito perdutamente, ma credeva anche che nulla al mondo avrebbe disciolto quel panno di piombo, insostenibile e penetrabile al contempo, che pareva dividerli.
Poi sciacquò l’aria, ferma e torrida sempre, di nuovo, il clangore di una catena. Una catena di bici. Bombetta. Così Elio l’aveva conosciuto. Non sapeva quale fosse il suo nome ma tutti lo chiamavano così. Il nonno ne indossava sempre una, probabilmente la stessa, forse si fece anche seppellire così, e la sua famiglia poi quel marchio se l’era portato addosso, come un bollo. Bombetta, dopo un diploma stentato,coi soldi del padre magistrato aveva aperto un negozio di fuochi d’artificio. Ai magri incassi del negozio, si sommavano le rendite lasciategli della madre defunta dopo essere caduta scendendo le scale di un ospedale. Bombetta passava il tempo in bici e giocando a golf con gli amici. Bombetta passò davanti a Elio, scampanellò e lo salutò.
Poi di nuovo il silenzio. Il silenzio e il profumo delle rose. Un connubio perfetto. Lo rimandava alle serate in tram prima di raggiungere casa di Alba. Non ricordava più che sapore avessero le rose, erano affari giovanili quelle, come il sole. Dopo i trent’anni la vita diventava miseria, cazzate di filosofia politica. Si cercava l’ombra, che era una grande truffa, peggio della guerra, dell’età adulta o delle noci di cocco. Elio era seduto all’ombra.
*Liceo scientifico Enrico Medi, classe 5a B






