Vota Antonio!

[di Lucio Spampinato]

Anche quell’anno, la città era arrivata alle fasi finali della campagna elettorale in un clima di battibecchi nel quale gli sfidanti al consiglio comunale snocciolavano le mancanze del sindaco e della giunta uscente, mentre questi ultimi, al timone del vascello comunale, elencavano le magnifiche sorti e progressive della loro gestione: l’abbattimento e la ricostruzione ab imis fundamentis di alcune scuole cittadine con fondi comunitari, il risanamento del bilancio pubblico ed altre intraprese che avrebbero cambiato per sempre il volto di questa famosa città civile. Nessuno parlava degli scossoni giudiziari che nei cinque anni pregressi, avevano fatto sussultare la stabilità di consiglieri e assessori e membri dell’opposizione. E mentre i politici di razza si gettavano contro da un palco gli stracci di antichi livori, fra i quali si erano fatti e disfatti i giochi di antiche consorterie, il Partito comunista rivoluzionario in cui Luca militava cercava di raggiungere le periferie con comizi improvvisati a ridosso di un furgoncino stravecchio e altoparlanti altrettanto decrepiti, nei cui magneti, membrane e grafiti erano passati quintali di parole che a volerle riassumere costituivano la storia del Paese. Il PCR aveva un programma piuttosto semplice, orientato al sociale che ne denotava la vocazione utopistica: riattare due palazzine da concedere a fitti modesti alle famiglie più indigenti, riaprire il vecchio centro sociale da utilizzare come spazio polifunzionale per le giovani generazioni. Chiudeva immancabilmente ogni adunanza l’Internazionale socialista. Nella riunione del venerdì presso la sede del PCR, si erano assegnati i seggi dove i compagni avrebbero svolto il compito di rappresentanti di lista. In un contesto in cui i partiti maggiorenti avevano una organizzazione pragmatica persuasa alla vittoria, più che alla desueta nobile aspirazione a gestire la cosa pubblica, i compagni credevano ancora che presidiare il corretto andamento delle operazioni di voto potesse fare la differenza. 

A Luca era toccata la scuola media Vico, in via Ferrara, poco distante dalla sede autostradale da cui l’edificio scolastico era separato da una vasta distesa erbosa che, ad est, degradava verso il fiume. Il sabato pomeriggio andò a conoscere il presidente di seggio e gli scrutatori. Furono ricordate le regole generali che governavano le attività di voto; fu fatto un appello alla correttezza reciproca e al rispetto dell’istituzione elettorale. Il presidente era un professore di greco, un omino pacato di mezz’età che dopo aver dato ai più giovani del gruppo istruzioni organizzative, si diede a passeggiare per il lungo corridoio antistante il suo seggio, avanti e indietro, tuffato intensamente nella lettura platonica dell’Apologia di Socrate con testo in greco a fronte. Fra gli scrutatori scambiò qualche parola con una ragazza che conosceva di vista, Mara, dallo sguardo azzurro e l’espressione trasognata che ha il cielo di mattina presto, quando è sbuffato da radi cirri rosa e viola. Il sole era ancora alto e, affacciandosi ad una delle finestre, Luca vide uno spettacolo inaspettato. Sul prato che si stendeva verso il fiume e l’autostrada campeggiava il tendone immenso, bianco e azzurro di un circo. Allora, si congedò in tutta fretta dagli scrutatori che stavano sistemando le schede, le urne e le cabine e decise di scendere in quel prato a dare un’occhiata al circo. Non c’erano animali tranne dei cavalli raccolti in un recinto. Da un’apertura laterale del tendone intravide all’interno un giovane con gli abiti di scena che provava il lancio di coltelli sulla sagoma femminile di un bersaglio. Più avanti una donna Rom sulla quarantina, dagli abiti multicolori e luccicanti e un turbante blu, leggeva il futuro in una sfera di vetro riempita di fumo ad un ragazzino che la guardava divertito. Poi vide sei giovani acrobati, ragazzi e ragazze, che provavano un numero con le mani e il corpo incipriati di talco. Infine, al centro della pista, una ragazza bellissima si esercitava a far girare e saltare i suoi cavalli bianchi. Ad un tratto, una mano pesante si posò sulla sua spalla destra e si girò. Un uomo corpulento con due baffi neri a manubrio gli chiese con accento straniero cosa stessa cercando e lo condusse verso una delle roulotte parcheggiate a lato del tendone. All’interno della kampina c’era un uomo che sembrava essere il capo. Questi lo squadrò, mentre l’altro gli raccontava in una lingua sconosciuta l’accaduto, e a un tratto gli disse: «Luca, ma non mi riconosci?» con il tipico accento dei Rom jugoslavi. Era Ivo Brankovic! Otto anni prima si era rivolto con la famiglia alla sezione del PCR perché il sindaco di allora voleva sgomberare il loro campo, allagato nella prima belletta di novembre, e tutti i compagni di allora gli avevano dato una mano. Si abbracciarono. Ivo gli raccontò che il circo era suo e che quasi tutti gli artisti erano suoi figli. Volle presentare Luca al suo clan e lui riconobbe in quei giovani quelli che pochi anni prima erano appena dei bambini. Gli offrirono tuica e dei dolcetti alle prugne e Ivo lo invitò allo spettacolo. Mentre Luca tornava verso la scuola per rincasare, incontrò Mara che lo guardava tornare dall’accampamento dei circensi; chiese chi fossero e ascoltò la storia straordinaria di quella gente. Si diedero appuntamento per l’indomani alle sette. Voltandosi un’ultima volta verso il bivacco dei Brankovic, Luca respirò con l’aria fresca della sera un desiderio di libertà. 

La domenica passò noiosamente e poi venne il momento dello spoglio che rubò a tutti una notte di sonno. La coalizione uscente vinse ancora una volta e l’eco della competizione si spense, fra volantini e manifesti elettorali stracciati per strada, ormai vestigia di ieri. Il martedì mattina Mara lo chiamò e gli propose di andare al circo. Quando arrivarono, Ivo in persona li accolse con un abito di lustrini in stile romanì. Li fece sedere nel palco d’onore. Al termine, Luca e Mara ringraziarono Ivo e la sua famiglia e se ne andarono. Ivo gli gridò appresso il suo augurio di buona strada: «Lacio drom!». Mara cinse i fianchi di Luca e si avviarono. A un tratto Mara gli chiese: «Luca, cos’è per te la libertà?». E lui rispose: «Un ponte su un prato lungo la ferrovia». Qualcuno da una finestra, estenuato dalla famiglia, gridò ancora una volta: «Vota Antonioooooooo!».

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