Una città a metà
[di Donatella Palazzo]
Da anni non vivo a Battipaglia, ma torno spesso. Quanto basta per rendermi conto di quanto il tempo faccia il suo mestiere, silenzioso e a tratti inesorabile. E ogni ritorno è una piccola indagine affettiva: cosa è rimasto uguale, cosa è cambiato, cosa è andato perduto?
Chi vive a Battipaglia ogni giorno potrebbe non accorgersi delle trasformazioni. È il paradosso della familiarità: le cose cambiano lentamente, quasi impercettibilmente, e diventano parte dello sfondo. Ma chi vive altrove e torna ogni tanto, ha uno sguardo diverso. Magari più lucido. Vede quello che si muove, quello che si spegne, quello che resiste.
Oggi la mia città mi appare a tratti più opaca. Posso coglierne le sfumature: una strada un po’ più viva, negozi chiusi da mesi, un murale nuovo, un’area verde trascurata, le insegne sparite, una panchina mai vista prima. Sì, oggi la vedo più stanca, a tratti scoraggiata. Ma anche più consapevole, più viva nei piccoli gesti quotidiani. Ci sono più iniziative culturali, una nuova generazione che si muove con discrezione ma con determinazione. Allo stesso tempo, ci sono ferite mai rimarginate, spazi che sembrano dimenticati. Il centro è cambiato: si riempie e si svuota, a fasi alterne, come se cercasse una nuova funzione.
Battipaglia sembrava proiettata verso qualcosa di sempre più grande; poi tutto questo sembra essersi bloccato. Tra agricoltura e industria, tra mare e collina, tra sogni e concretezze, è una città incastrata in un’identità multipla, in continua negoziazione con se stessa. Mai del tutto definita, ma sempre in cerca di un equilibrio.
Una città ricca di potenzialità che si trova ad affrontare sfide importanti, come infrastrutture insufficienti, una società complessa con tensioni sociali e un ambiente urbano segnato da inquinamento e traffico.
Lo sguardo è fisso alle stesse strade trascurate e lo stesso odore acre che ritorna ogni estate come un destino già scritto. E le piazze, tranne che in qualche particolare occasione, spente dove l’eco ha preso il posto delle risate. Il cuore del centro pulsa sempre più piano; le periferie restano in penombra, senza luce né cura. Le villette comunali troppo spesso sono diventate luoghi da evitare più che da vivere. Poi, le spiagge raccontano l’abbandono tra sacchetti e bottiglie vuote. Il commercio sopravvive a fatica. I giovani, il futuro della città, non trovano spazi, né sicurezza. E sempre meno voce.
Chi torna a Battipaglia oggi non trova i cambiamenti che sperava, ma un’inquietante immobilità. E questa immobilità fa più rumore del degrado stesso. Perché il vero dolore non è solo vedere ciò che non funziona, ma rendersi conto che, anno dopo anno, nulla è davvero cambiato. Almeno non in meglio.
Credo che uno sguardo da fuori possa essere utile. Non per giudicare, ma per offrire una prospettiva diversa. Battipaglia necessita di occhi che la guardino con affetto e con onestà. Non sguardi indulgenti o compiaciuti. E neppure critiche sterili. Servono ascolto e attenzione.
27 settembre 2025 – © riproduzione riservata






