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Tra il siero e il faceto

di Ernesto Giacomino
14 Febbraio 2019
in Articoli

[di Ernesto Giacomino]

Sono battipagliese da una generazione e tre quarti (nel senso che i miei, pur nativi di altrove, furono trapiantati all’ombra del Castelluccio che erano poco più che neonati), e quindi ho vissuto a fondo l’epoca dei caseifici “di vicinato”, quando a ogni tot di strade o vicoli t’imbattevi in un qualche laboratorio artigianale ficcato tra due saracinesche e un banchetto per la vendita.
Fino all’uscita del film “Benvenuti al Sud”, quindi, per me e qualunque altro mio concittadino la produzione casara tipica si sostanziava nel trittico mozzarella-bocconcino-treccia, seguito da fenomeni relativamente più recenti come ciliegine e bocconcini alla panna. Ovvio, quindi, che a quella famigerata scena di Bisio che alla convention dei “gorgonzoliani” scoperchia un vassoio e tira fuori una sorta di super santos bianco che riesce pure a far gocciolare (“è la zizzona di Battipaglia, caccia ‘o latt”) ci abbia approcciato col sorriso leggero di chi è di fronte a una divertente esagerazione. 
E ok, poi è andata com’è andata, rendo pieno merito a chi è riuscito a farne un business, di quella scena lì. Anzi, m’avrebbe fatto rabbia se i caseifici nostrani non avessero preso la palla al balzo e reso subito realtà quella che voleva essere un’astrazione scenica. Insomma, se t’ingigantiscono una fama già apprezzabile di suo inventandosi un prodotto che non hai mai fatto, il minimo che ti tocca è cominciare a produrlo.
Purché, però, restiamo tutti consapevoli – come lo eravamo fino a poco tempo fa – che prima di quel film la zizzona non esisteva. Non era un prodotto tipico, non apparteneva ad alcuna tradizione casara, non ci aveva mai contraddistinto né in Italia né altrove. È l’idea di un regista, uno sceneggiatore, un autore cinematografico, tutto qui; ha sì e no otto-nove anni e nessun turista o visitatore di passaggio l’aveva mai assaggiata prima che qualche caseificio non decidesse – in tempi assolutamente recenti – di trasferirla da finzione a sostanza.
Eppure no, anche in questo caso il vezzo di creare e diffondere storie campate in aria ha fatto danni. Scrivere “zizzona” su Google significa, oggi, sorbirsi cervellotiche presunzioni di chissà quali antiche origini e tramandamenti di tradizioni millenarie; fino ad arrivare alla balla nella balla: accorpare la leggenda dell’origine della zizzona con quella (anch’essa mai sentita, fino a pochi anni fa) della stessa mozzarella, e dunque appioppandole genesi comune in un’antica tragedia d’amore tra un’imprecisata ninfa etrusca (Baptì-Palìa, guarda un po’) e un giovane pastore locale (Tusciano: ma va’?). Leggenda, in realtà, mai avallata da nessuno studio accreditato bensì comparsa dal nulla, a metà del 2016, sulla rubrica di cucina di una rivista amatoriale on-line (e poi rimbalzata un po’ ovunque, fino a finire anche tra le righe di rinomate testate nazionali).
E ancora una volta, mentre da un lato continuiamo a dimenticarci di una storia cittadina di cui dovremmo andare fieri, dall’altro ci inorgogliamo e gonfiamo il petto per due chiacchiere da comari assurte a verità per semplice pigrizia. Che poi: se proprio le vogliamo, le stupidate leggendarie, fidatevi che non occorre andare indietro di millenni.

15 febbraio 2019 – © Riproduzione riservata

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