Scrollavo mestamente le notizie sui social, annaspando tra l’ennesimo bombardamento di Israele in risposta ai razzi di Hezbollah (che a me suona sempre come se il dirimpettaio mi lanciasse pietre sul pianerottolo e io reagissi sfondandogli la porta col bazooka), il fatto che al Polo Nord si siano registrate temperature di +20 gradi (con un’accelerata allo scioglimento dei ghiacciai che se non altro ridurrà drasticamente le produzione di mojito), la milionesima puntata di “Trumpiful” con il bisticcio tra i fidanzatini Donald e Giorgia per un selfie troppo mosso, e poi gli incidenti, e le rapine, e compagnia cantante, quando a un certo punto è passato tutto in secondo piano. Perché è arrivata lei: la regina delle news drammatiche, il fatto sconvolgente per cui si perdono definitivamente sonno e voglia di vivere, l’improvviso baratro esistenziale da cui ne vieni fuori solo con anni di terapia: Serena Brancale non verrà più a cantare alla Festa della Speranza. Bum, insomma: l’apocalisse dell’intero apparato ludico-istituzionale battipagliese, dimettetevi tutti, anzi espatriate, ringraziate solo che non esiste più l’esilio o un paio di palafitte a Sant’Elena non ve le toglieva nessuno.
Che il fatto sia gravissimo e intollerabile, peraltro, lo si rileva subito dai commenti a raffica apparsi sotto la notizia: tutta roba pacifica e conciliante che spazia da invettive sgrammaticate contro l’assessorato al classico urlo “Quelli sono anche soldi nostri” del contribuente inacidito, fino agli immancabili e divertentissimi futuri provinanti di Zelig che riescono sempre, in qualche modo, a ficcarci dentro battute sessiste, omofobe e razziste. Non bastasse, qualcuno s’è azzardato addirittura a fare la più pessimistica e angosciante delle ipotesi: “Vuoi vedere che è tutta una scusa per non farla proprio, la Festa?”. E qua, apriti cielo: avesse fatto una dichiarazione di guerra da un balconcino di piazza Venezia avrebbe sortito meno schiamazzi: “La Festa non si tocca, è l’identità della sacralità della socialità della comunità della qualunque altra cosa finisca con “à” di questo popolo, e i nostri nonni, e le cumprese, olé!”.
Perché poi è così, la percezione d’importanza d’un fatto è mutevole e soggettiva, fa niente se anche quest’anno abbiamo smaltito dritto nell’umido centinaia di migliaia di euro per mancati introiti turistici, fa niente se il litorale battipagliese è sempre più uguale sputato al paesaggio post-atomico di “The Day After”, fa niente se questi sono gli ultimi giorni di attività a pieno ritmo dell’ennesima fabbrica locale che ha appena finito per mettere per strada decine di famiglie. Fa niente che le costruzioni del Più Europa siano un fallimento dichiarato in qualunque angolo le si vada a vedere, fa niente se non siamo capaci di ripulire una facciata di una scuola-monumento in pieno centro, fa niente se in auto facciamo da anni chicane tra cantieri aperti e opere incompiute. Fa niente tutto, fuorché la Festa: quella no. Le pupatelle e il croccante, quant’è bello ’o tagadà, la vuola-non la vuola?, i fuochi sul Castelluccio: l’antidoto a qualunque malessere, datecelo oggi e taceremo per sempre.
Che poi, giusto per sapere: ma perché v’eravate ostinati proprio con la Brancale, che sono mesi che urla di aspettare le ferie per tornare al suo paese?
27 giugno 2026 – © riproduzione riservata




