Prega per noi picchiatori

[di Ernesto Giacomino]

“Sta passanno ’a prucessione, e pure chesta è tradizione”, cantava il mai troppo compianto Pino Daniele. Quell’evento immancabile, irrinunciabile – pareva voler dire nel prosieguo – che per un tempo indefinito primeggia e sospende tutto: anche il fatto che “se ne càreno ’e palazzi” o che “ognuno mette ’o rito e ce vo’ magnà”. Poi niente, va be’, da quella canzone sono passati quarant’anni: i tempi cambiano, ci si evolve. Non è detto che una processione debba conservare per sempre quest’aura di solennità, d’intoccabile sacralità che ne gambizza in partenza qualunque tentativo di modernizzazione.

È una ricorrenza, un evento ciclico. E, come tale, può essere rinnovato: adeguato ai tempi, insomma. Dice che a Battipaglia, ad esempio, domenica 6 luglio ne hanno fatto addirittura un ring di lotta libera. Con tanto di arbitro, spettatori e giuria tecnica. Poi, va’ a capire se s’è trattato d’un incontro regolare. 

Cioè no, seriamente: lungi da me l’attribuzione di torti o ragioni a chicchessia, la dinamica precisa dei fatti non la conosco. I dettagli, intendo: chi ha provocato chi, che si sono detti realmente, qual è stata la scintilla effettiva che ha fatto trascendere il tutto. Come si dice: andrebbero ascoltate entrambe le campane (anche se è un millennio buono che le campane suonano tutte uguali, mai sentito un campanile fare rock o tammurriate).

Quello che è importante, comunque, è l’impareggiabile valenza simbolica dell’episodio: quest’abbraccio d’affratellamento durante la processione della Madonna della Speranza che in un nonnulla si trasforma in rissa: dalle preghiere alle brutte maniere, dai festoni ai pestoni, dai lumini ai cuppini. Dal passaggio al pestaggio, per diretto mandato divino. Parrebbe essere successo per via dei botti, in piazza Tusciano: un volontario della Protezione Civile voleva impedirli, la mini-folla organizzatrice c’è rimasta male, un po’ di “chi sì tu e chi so’ io” e giù mazzate al malcapitato (inciso serio, comunque: l’uomo è finito in ospedale, e le conseguenze non sarebbero così trascurabili).

Cioè, non so se si coglie la surrealtà della cosa, l’evoluzione assolutamente grottesca e impensabile di un rituale che nel manuale del perfetto credente dovrebbe rappresentare il più alto momento d’aggregazione in nome della fede, della fratellanza, della carità umana. Ci si sbraccia ore intere in architetture e coreografie in onore della Madonna, tradizionalmente la figura cristiana più toccata e addolorata dall’assenza di pace tra “i suoi figli”, e poi, ok, che saranno mai quattro ceffoni in suo nome. Tanto mi darà ragione, s’aspettava i botti, le avevo pure mandato la foto su whatsapp.

Mi chiedo sempre che c’è rimasto dentro, a noi, del vero spirito alla base della tradizione delle feste patronali. Ciò che, credenti o meno, avrebbe dovuto fissare nei secoli un momento di condivisione d’identità, di appartenenza a un pezzettino di storia comune, di quel misto fede-folclore che rende bello illudersi d’essere tutti, in una specifica porzione di terra, sotto la stessa ala protettrice d’una qualche entità superiore.

E però: “ma nun da’ retta, ce sta chi ce penza”, proseguiva quel brano di Pino Daniele. Che a ben vedere è la scelta migliore: se t’affezioni troppo alle domande, poi rischi di non voler più sapere le risposte.

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