Poesia in diluvio 

[di Simonetta Nunziata]

La poesia, nella mia vita, ha sempre avuto un ruolo fondamentale. Scrivo per necessità di vivere. Scrivo per raggiungere una forma di catarsi, per dare spazio a ciò che da dentro chiede di uscire. Non ho mai scritto libri di poesia, forse nemmeno pubblicazioni di valore. Eppure i miei fogliettini scarabocchiati degli anni Novanta svolazzavano fra cassetti e scrivanie, scivolavano da segnalibri maldestri, popolavano borse trascinate dai garage ai campi da basket.

Scrivo versi e poi li perdo. O meglio: li affido allo spazio di un tempo infinito, perché ciò che è infinito non può essere catturato. La poesia mi vive il tempo di una dedica. Ed è questo che conta: la dedica. Ma la poesia, in me, è presenza. E quando la durezza dell’esistenza tenta di sradicare il mio senso, lei mi trattiene con la sua densità. E io ritrovo la via. 

Era così quella sera. Mi sentivo l’anima devastata dalla consapevolezza dell’aspetto tragico della vita: quando senti di averci messo tutto, e poi di aver perso tutto. C’era qualcosa che mi schiacciava il cuore di inutilità. Mentre ero immersa nei miei pessimismi cosmici, sostenuta dalla sonorità del maltempo – tuoni, pioggia, tempesta – la mia allora assistente, Anca, si muoveva frenetica nei preparativi per uscire. Eh già.

Perché, all’osso del mio seppur nobile naufragar m’è dolce, bisognava andare: volevo partecipare al Poetry Slam organizzato al Piccolo Teatro, in via Olevano, era l’ultima sera utile per concorrere. I tempi erano stretti. Di lì a poco sarebbe stato tardi. Subito dopo… tardissimo. La solita domanda di rito: che mi metto?

Risolta in una manciata di secondi. Il solito colore, il solito tipo di scarpe… almeno me lo chiedo. Poi decido in base all’umore. Ogni volta una stranezza diversa.

Squilla il telefono: Luigia. Se anche con questo tempo Luigia parte da Salerno per venire al Piccolo in occasione del Poetry Slam… allora devo proprio andarci. E mentre questa consapevolezza diventava certa, mi accorgevo che anche la pioggia sembrava attenuarsi. Bisognava proprio andare. 

Le poesie. Dovevo portarne tre. Nessun problema sceglierle, ma fondamentale scegliere la prima. Pensai a una poesia intitolata semplicemente Poesia. Al solo pensiero del suo tempo, lo stato adrenalinico si sospese. Il pensiero fece una pausa. Erano passati più di vent’anni. Faceva parte dell’unica raccolta che avessi mai immaginato come progetto: Deludimi dell’inutile. Ed era proprio quel sentimento a tornare adesso, identico. Quell’inutilità cosmica che schiaccia le anime quando si lasciano piegare dalla scontatezza delle proprie azioni. Non si può spiegare. Non si può raccontare.

Si può solo attraversare. E imploderne fuori il senso. Dovevo declamarla. Ed eccoci in strada. Pioveva. Con quelle condizioni – tempo scaduto, carrozzina, assistente, pioggia, disabilità motoria – l’ombrello era inutile. La pioggia incalzava. Ci immergemmo nella dimensione ineluttabile della tempesta, armate dei nostri fidati impermeabili. Accipicchia come pioveva.

E non solo continuava: aumentava. Il cappuccio della mia mantella mi cadeva sugli occhi. Buio, scrosci come secchi d’acqua rovesciati dal cielo. Le buche invisibili. A ogni sussulto ci fermavamo. Anca sistemava il cappuccio, il dissesto, poi riprendeva la carrozzina con mani bagnate e scivolose. Arcipicchia, la strada era lunga. Pioveva. E ancora di più pioveva. La pioggia faceva rumore. Non riuscivo nemmeno a comunicare. Anca dietro, affaticata, vigile sul possibile disastro. Io sballottata come sulle montagne russe, con l’acqua in viso e una ricerca esistenziale che si riaccendeva ad ogni buca – ora piena d’acqua. 

I marciapiedi. I marciapiedi, sotto la tempesta, con carrozzina, tempo scaduto e disabilità motoria, sono il nemico da abbattere. E infatti: circondate dalle macchine, cerchiamo un varco. Lo scivolo c’è. Occupato dalla solita automobile intelligente. È tardi. Niente sabotaggi terroristici. Proseguiamo. Piazza Madonnina. Vuota. Piovosa. Siamo quasi arrivate.

Il telefono vibra. Sarà Luigia. Ma secondo voi, in questa dimensione morfologica fatta di carrozzina, pioggia, strada nemica e disabilità motoria… è semplice guardare il telefono? Desistiamo. Attraversiamo la piazza in diagonale. La pioggia aumenta. Un lampo squarcia il cielo, seguito da un tuono sciamanico e terribile. Urliamo. Aaaaaa! Aiuto! Arrivate quasi alla fine, squilla il telefono. Rispondiamo.

È Luigia: “Ma dove siete?”

Risposta immediata: “Stiamo arrivando”. 

E lei: “Siamo al Piccolo, siamo in blackout. Niente luce, solo candele. Però che carino… che atmosfera! Muovetevi!”.

Il candore di quel “muovetevi” genera tra me e Anca uno sguardo sarcastico. Nessuna parola. Anzi, solo una: andiamo. 

Via Olevano. Buio totale. Poi una penombra colorata. Una mano che sventola: “Venite, venite!”.

E proprio lì, forse ingannate da una pozzanghera, forse euforiche per aver avvistato terra, la carrozzina inclina. Anca urla: “Oh, my God!”. Stavamo cadendo. Quella non era una buca. Era una fossa. Piena d’acqua. Buio. Pioggia.

Poi qualcosa di indicibile accade. La carrozzina si stabilizza. L’ingresso del Piccolo è a pochi metri.
La mano era quella di Luigia. Siamo arrivate.

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