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Più branco non si può

di Ernesto Giacomino
1 Ottobre 2015
in Articoli

[di Ernesto Giacomino]

Quello che m’è piaciuto parecchio, della mostra “Battipaglia Amarcord” organizzata da questo giornale, è stato vedere, su tutte quelle foto, i palazzi puliti. Dico sul serio. I bei tempi di quando ancora non eravamo pieni di queste novelle teste di Picasso con l’idiozia di dichiarare amore o analfabetismi sportivi dalle pubbliche mura. Tutti questi “Frollino sei il mio battito d’ali” (emblematico e storico, ormai, quello sberleffo televisivo di De Luca), che oltre a ignorare i fondamentali della grammatica sono pure a digiuno di qualunque accenno di coscienza civica.
E no, noi no, fidatevi. La stragrande maggioranza di quelli della mia generazione non le usava, le bombolette. Non imbrattava niente. Certo, sì, anche all’epoca c’era qualche muro zozzo. Lo facevano i ‘grandi’, però. Per proclami politici, più che altro. Per insultarsi tra estremisti rossi e neri. Per dire vota sì o vota no ai referendum per il divorzio o l’aborto. Ingiustificabili anche loro, ma con un’attenuante: per comunicare, per farsi sentire, non c’erano facebook, e-mail o sms. Non c’erano giornali locali cui scrivere un pensiero da pubblicare; e per farlo sulle grosse testate c’erano liste d’attesa di mesi, cosicché fino ad allora quello stesso pensiero diveniva anacronistico, obsoleto, inutile.
La scritta sul muro assumeva allora la valenza – per quanto condannabile e maleducata – di un urlo al mondo. Qualcosa che gli altri, senza leggere, non avrebbero saputo.
E comunque la pagavano, questi qua. Puntualmente pizzicati dalle pattuglie si facevano notti di commissariato. E puntualmente pizzicati dai genitori – se ragazzotti – si facevano giorni di ciambelle sotto il deretano, per i calci ricevuti.
Non era moda, non era quello che c’è adesso: la cultura dell’abominio, dello scempio, dell’azione barbara ma alla moda. L’elogio del cattivo gusto, così esasperato da finire per diventare assenza, abitudine. Indifferenza.
Nel mio palazzo non si sarebbero sopportate, le scritte sulle facciate. Neanche il tempo di mettercele e già uno stuolo di mamme si sarebbe precipitato in strada con bacinelle, stracci e sgrassatori. Funzionava anche da deterrente per i vandali, no? Che ci si scrive a fare, su uno spazio che viene regolarmente ripulito.
Invece no, s’è persa anche quest’abitudine. Per questa pretesa del “deve provvedere il Comune, io pago le tasse mica mi ci sporco le mani”, gli stessi residenti dei palazzi più imbarbariti da scritte e riproduzioni da atlanti urologici non paiono nemmeno farci più caso. Non ci si accorge neanche se ce n’è una nuova, una più offensiva degli altri, un Mirò trafugato e incollato all’intonaco. Si passa a capo chino, ci si rintana nel portone. A sicuro, nel proprio decoro, l’unico che conta: quello all’interno delle mura di casa.
Già uscendo dall’autostrada, Battipaglia è un immenso spaccato della più gretta periferia suburbana. Decadenza ovunque, ignorata da amministratori e cittadini. Non mi stancherò mai di ripetere che a Milano, un giorno, rischiai di perdere l’aereo per un tizio su un apecar che ripuliva un muro col compressore. Era un privato, ma i vigili lo presidiavano e avevano bloccato il traffico. Anomalo, forse: ma anche questo è progresso.

2 0ttobre 2015 – © Riproduzione riservata
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