Palazzopoli si sgonfia: richiesta l’archiviazione

[di Carmine Landi]

«Insussistenza di una prognosi favorevole di condanna in un futuro dibattimento». Epilogo scritto da Alessandro Di Vico ed Elena Cosentino, pm titolari delle indagini sui palazzi di Battipaglia, in calce al filone che coinvolgeva, tra gli altri, la sindaca Cecilia Francese. È quanto si legge nelle ultime battute della richiesta d’archiviazione presentata dai titolari del fascicolo. È un’istanza articolata, dettagliata e costruita lungo un percorso istruttorio tutt’altro che sommario quella depositata dalla Procura della Repubblica di Salerno, nel procedimento che ha visto coinvolta la sindaca, il suo predecessore Giovanni Santomauro, il consigliere comunale Francesco Falcone (entrambi coinvolti per la demolizione e ricostruzione, con ampliamento volumetrico, del palazzo tra via Olevano e via Marsala), il dirigente tecnico municipale Carmine Salerno e, in differenti filoni, Salvatore Anzalone (lo stabile che lo riguarda è al principio della via che conduce a Olevano sul Tusciano), pure lui esponente del civico consesso, e gli imprenditori Antonio Campione, insieme al figlio Marco (l’immobile è tra via Belvedere e via Canova) e Renato Santese (per le villette autorizzate, ma mai edificate, in via Spineta). Un’indagine nata all’indomani delle elezioni comunali dell’ottobre 2021 e approdata oggi a una conclusione chiara sul piano strettamente penale: allo stato degli atti, non vi sono elementi sufficienti per sostenere l’accusa in giudizio. Nella richiesta d’archiviazione emerge che l’ufficio inquirente, nel corso delle attività investigative, delegate ai carabinieri di Salerno e Battipaglia e ai finanzieri della locale Compagnia, ha intercettato la prima cittadina. Conversazioni che, «sebbene diano atto di rapporti particolarmente ambigui tra la sindaca Francese e gli altri soggetti coinvolti – scrivono i pubblici ministeri – non sono state in grado di fornire un rassicurante riscontro dell’accordo corruttivo». 

Il fascicolo trae origine dalle dichiarazioni rese da Francesco Magliano, ex ufficiale della polizia municipale, in passato consigliere comunale, escusso nel dicembre 2023. Magliano riferì di presunti accordi politico-elettorali che sarebbero intervenuti in prossimità delle comunali tra la sindaca uscente, l’ex sindaco Giovanni Santomauro e alcuni imprenditori del settore edile, con la prospettazione di un sostegno elettorale in cambio del rilascio di titoli edilizi ritenuti illegittimi. Dichiarazioni di analogo tenore sono state rese anche dal consigliere comunale d’opposizione Giuseppe Provenza, che ha descritto un mutamento delle dinamiche politiche cittadine e ha evidenziato, da osservatore, una significativa trasformazione edilizia in alcune aree urbane. Nella richiesta di archiviazione, Di Vico e Cosentino chiariscono sin dalle prime battute il valore attribuito a quelle dichiarazioni: circostanziate, coerenti nel loro impianto narrativo, ma prive di un elemento essenziale sotto il profilo probatorio. Entrambi i dichiaranti, infatti, hanno precisato di non essere venuti a conoscenza diretta di eventuali accordi, riferendo invece fatti e circostanze che, secondo quanto affermato, erano oggetto di conversazioni diffuse nell’ambiente politico-amministrativo cittadino. Proprio per verificare quanto emerso, la Procura ha disposto una serie di approfondimenti investigativi. Da un lato, è stata analizzata l’incidenza elettorale delle liste civiche che facevano capo ad alcuni degli indagati, rilevando che il loro apporto è stato determinante per la maggioranza consiliare a sostegno della sindaca eletta. Un dato politico oggettivo, che fornisce un primo riscontro sul contesto. Dall’altro lato, sono state avviate verifiche sulla legittimità dei permessi di costruire indicati come contropartita degli accordi prospettati, nonché operazioni di intercettazione telefonica e ambientale, autorizzate dal giudice per le indagini preliminari. Attività istruttorie che hanno consentito di ricostruire i rapporti tra i soggetti coinvolti, ma che – come evidenzia la Procura – non hanno fatto emergere elementi idonei a dimostrare l’esistenza di un patto corruttivo o di un accordo penalmente rilevante. Ed è proprio su questo punto che si innesta la conclusione dell’Ufficio requirente. In assenza della prova dell’accordo, e quindi del necessario collegamento tra eventuali atti amministrativi illegittimi e un preciso scambio elettorale, viene meno uno degli elementi costitutivi del reato ipotizzato. Da qui la valutazione finale: non sussiste una ragionevole previsione di condanna in un eventuale dibattimento. Una conclusione che conduce alla richiesta di archiviazione del procedimento penale.

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