Opere di enigmistica

Da un mesetto, alle spalle di piazza Amendola, nei pressi della palazzina ASL, è comparsa la scultura in bassorilievo che vedete in foto. Un monolito piastrellato che richiama chiaramente l’antica arte scultoria mesopotamica, con una peculiarità fondamentale: è la prima volta nella storia in cui prima si fa l’opera e poi se ne cerca il titolo. In questo caso, pare sia stato addirittura aperto un contest per farlo scegliere ai cittadini (il fortunato vincitore avrà in premio la rivelazione del percorso in auto per non trovarsi davanti il camion dei rifiuti a mattina inoltrata).
Il fatto è che per assegnarle un titolo, a questa roba qua, andrebbe capito cos’è e a che serve di preciso. Apparentemente sembrerebbe una curva per disegnare una curva per indicare che in quel punto c’è una curva. Una sottigliezza non da poco, eh: tu arrivi da quelle parti, puoi andare solo a destra, a sinistra c’è un divieto d’accesso, ma nessun segnale ti vieta d’andare dritto, sfasciare i braccetti sul marciapiede e fiondarti nella piazza. In Hazard, per dire, Bo e Luke lo facevano di continuo.
Altra ipotesi: quell’isoletta rialzata è una minipista ciclabile. Certo, saranno tre o quattro metri di percorrenza, ma puoi sempre mettertici sopra e girare in tondo per una ventina di minuti, è l’equivalente d’una sgambata in litoranea. Peraltro c’è la variante del mezzo: oltre la bici, puoi provare con lo skate o il monopattino elettrico. O fittarla ai bambini più piccoli come pista triciclabile.
In realtà la maniera più logica per interpretare l’intervento sarebbe quella di capire che problemi di viabilità ci fossero, da quelle parti, prima dell’installazione in argomento. Auto in divieto di sosta? Ok, sarebbero bastati dei semplici paletti delimitatori. Ruote sul marciapiede che rendevano disagevole il passaggio dei pedoni? Idem: paletti, come sopra. Vetrate della banca che mal s’intonavano con i colori delle auto nei dintorni? E beh, qua avrei capito e condiviso, non s’insozza la reputazione dei banchieri con accostamenti cafoni.
No, serio: accantonata a priori l’idea di un vezzo estetico di qualche residente particolarmente influente, non pare balzino all’occhio motivazioni oggettivamente sostenibili. Anzi, andrebbe detto che se proprio s’aveva quest’incontinenza di fare isole di canalizzazione, probabilmente ce n’erano giusto un paio più utili e urgenti. Sulla salita all’incrocio tra via Stella e via Roma, ad esempio, dove è vietata la svolta a sinistra ma puntualmente il traffico è costretto a ingolfarsi per colpa del furbo a cui frega poco. Alla rotonda tra via Capone e via Rosario, nei pressi delle scuole Gatto, dove i tre quarti degli automobilisti non imboccano la rotatoria ma tagliano impunemente a sinistra.
Ecco, magari questi sarebbero stati interventi più applauditi. Qui invece si vede solo un pezzo di strada carrabile strappato alla viabilità per piazzarci un rialzo in muratura. Pericoloso, peraltro, perché non è detto che esistano sempre le condizioni di visibilità ottimali per individuarlo.
Come dire: un istante di distrazione, il sole negli occhi, un ragazzetto che tira troppo sulla manopola dello scooter, e magari il conto della bellezza arriva più salato del dovuto.

Ernesto Giacomino

17 settembre 2020 – © Riproduzione riservata

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