Non chiudete quella porta

[di Ernesto Giacomino]

Municipio by night, sala disco nel salotto comunale e privé al primo piano. Movida, feste a tema e i dj più ricercati e pagati sulla scena internazionale. Attenzione, però: si entra solo ad invito. Ed è gradito l’abito scuro: meglio – diciamocelo – se nero. Altrimenti, vai con la miliz… pardon, volevo dire i buttafuori.
No, dai, si scherza. È che ha fatto parecchio discutere, questo recente provvedimento per cui a Palazzo di Città ci si entra col contagocce dopo il check-in e il controllo bagagli, e l’usciere che ti controlla documento e carta d’imbarco prima di augurarti buon viaggio. E no, scherzo di nuovo.
Il fatto vero, allora: sulla scia di provvedimenti analoghi presi altrove (i favorevoli alla cosa dicono “dappertutto”, per quanto io – pecca mia? – l’abbia visto solo in presidi particolarmente “delicati” quali l’Agenzia delle Entrate e l’Inps di Salerno), agli uffici pubblici di piazza Aldo Moro non ci si può più accedere come niente fosse, ma occorre fermarsi dall’usciere, dare un documento, ricevere un pass e aspettare compostamente il proprio turno nell’atrio o all’esterno (con possibilità di avvicinamento solo in modalità “un due, tre, stella” e sempre che l’addetto stia particolarmente distratto).
Una misura, da quanto s’è capito, presa per quel solito vecchio adagio del “per colpa di qualcuno credito a nessuno”; ovvero: per arginare l’andazzo di noti figuri e mezze figure usi ad aggirarsi indisturbati per poltrone e scrivanie, s’è pensato di dare un giro di vite all’afflusso di un’intera utenza quotidiana (a cui, invece, paradossalmente, di soffermarsi inutilmente lì dentro non può fregargliene di meno).
Ma tant’è, massimo rispetto, la sicurezza prima di tutto. Come disse qualcuno (io): “il rischio più grosso della democrazia è che funzioni davvero”. D’altronde la verità sta sempre nel mezzo: tra il tal cittadino zelante e il tal impiegato irritante, tra la Pubblica Amministrazione e la Privata Esasperazione, tra chi invoca il segreto d’ufficio e chi s’imbuca in segreto in ufficio. Insomma, di campo per mediare ce n’era parecchio, e se è sbucata una regola dove prima non c’era vuol dire che il buonsenso era già seppellito.
Immagino, in ciò, che si sia preventivamente pensato a questa cosuccia (di rilevanza appena appena giuridica) chiamata “violazione della privacy”: al banchetto dell’usciere, prima di fornire documento e generalità, sarà previsto che io sottoscriva un’informativa, giusto? E che manifesti il consenso scritto al fatto che acquisiscano le mie generalità, giusto? E che possa omettere di dire perché sono lì (trattandosi di dati sensibili), giusto?
No, perché fare la mossa plateale sarà pure cosa buona e giusta, ma la pretesa d’identificarsi in cambio di un servizio soggiace a norme e protocolli severi. La cui osservanza, peraltro, significa tempo: degli avvocati, dei tipografi, dell’usciere, dei cittadini in coda e degli impiegati agli sportelli.
Se siamo attrezzati, allora, proviamoci pure. Se invece è una risposta piccata a qualche maleducato, e beh, ci penserei un altro po’. Non sia mai che, per il troppo ardire, confondiamo ancora dispetto e rispetto.

10 marzo 2017 – © Riproduzione riservata

 

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