Miro al piccione
[di Ernesto Giacomino]
Alle volte il livello di barbarie d’una comunità si misura anche dalle piccole cose, da dettagli che ai più sfuggono ma che, quando notati, sono in grado di restituire un quadro d’insieme inquietante.
Come si dice: i sintomi. Quelli che, anche se a volte radi, deboli, appena accennati, non vanno mai presi sottogamba. Fatterelli più o meno diffusi che la presunzione di buona fede fa – erroneamente – ascrivere tutt’al più a vandalismo e abbrutimento civico, quando in realtà, il più delle volte, sottendono disagi spesso pericolosi e con la tendenza a espandersi.
Esiste da un po’, in città, un inspiegabile aumento di piccioni investiti per strada. E fidatevi che non è una cosa fisiologica, consequenziale all’aumento di veicoli o ai sempre più diffusi assembramenti di questi volatili. Se ne rinvengono tracce in ogni rione, vicolo secondario, corso principale, e il raccapricciante stato di ritrovamento indica puntualmente che non sono stati accidentalmente urtati o sbalzati per aria, ma presi sotto le ruote.
Se c’è una cosa che mi ripetevano i “grandi” alla guida, e che ho imparato io stesso da quando conduco qualcosa di diverso dai piedi – dalla bicicletta al ciclomotore a quella carretta che spaccio per automobile – è che marciando a velocità normale è pressoché impossibile addirittura toccarlo, un piccione. Ma anche sfiorarlo, spaventarlo, finanche impensierirlo. Figuriamoci investirlo. A meno che, naturalmente, non abbia qualche menomazione che ne pregiudichi la reattività.
Per il resto è uno dei pochi animali “urbani” in grado di calcolare il tempo di sopraggiungimento di un veicolo in transito e spostarsi con una nonchalance che manco i vip sul tappeto rosso a Cannes. Un piccione normodotato puoi investirlo solo se, quando gli giungi nei paraggi, acceleri volontariamente (e di parecchio) esattamente con l’intenzione di centrarlo. Lì immancabilmente lo spiazzi, perché da come t’aveva misurato non se l’aspettava: s’è detto che è intelligente, e ok, ma non preveggente.
E io ne ho visti, eh, di torsoli che puntualmente ci provano: individuano il gruppetto di bestiole intente a beccare qualche briciola a terra, sgasano di colpo, fanno svolazzare. Ridono, o magari imprecano perché non ne hanno beccato nessuno. Ragazzotti in scooter, o con queste macchinine che si guidano col patentino e il portafogli di papà; ma anche imbecilli più adulti, nevrastenici col motore truccato e la spacconata facile, ché si sa che il brodo primordiale nel cranio è una patologia transgenerazionale.
Il problema è che questa macabra – ennesima – involuzione è relativamente recente: il fenomeno, ammesso esistesse anche prima, di certo aveva una frequenza parecchio più diluita. Era, ai tempi, semplicemente la regola fissa e imprescindibile della pecora nera: che avevi voglia a cercarlo, un gregge che non ce l’avesse. Adesso invece no: adesso il sospetto è che – come tante altre idiozie di cui sanno deliziarci i mattatori moderni, dalle challenge di rutti su tik tok ai selfie mentre si procurano un trauma cranico – questa roba qua sia tendenza.
Quel fatto, insomma, che la fatidica scala dei valori sta perdendo per strada così tanti pioli che, alla fine, si ridurrà a una coppia d’insignificanti aste parallele: poggiate a malapena sul terreno, e svolazzanti nel vuoto assoluto.
6 dicembre 2025 – © riproduzione riservata





