Memoria stoica

Fidatevi, fate una dichiarazione d’amore alla vostra donna del tipo: “spero non ti abituerai mai a me, come con l’inversione dei sensi di marcia tra via Buozzi e via Gonzaga”. Pragmatica, struggente, eterna. Come dire: “dopo decenni che guido, rappresenti un evento di tale straordinarietà nel mio vissuto quotidiano che faticherò a normalizzarlo. Un amore così intenso da dover essere diluito nel tempo, una goccia al giorno, una dose al mese, un pezzetto all’anno. Alla fine non saremo compagni: saremo omeopartners”.
Un affronto ai capisaldi, insomma. Come aver tolto lo spartitraffico a via del Centenario, smantellato il Sant’Anna, cambiato forma alla fontana della Madonnina. Come quando Castellano chiuse e tirò giù le casse, zittendo di colpo la colonna sonora di mezzo secolo di serate a Via Italia. 
Sono quelle, le cose a cui il battipagliese non si abitua; sul resto, in effetti, siamo notoriamente meno intransigenti. Che poi un po’, diciamocelo, è anche il fattore su cui conta la politica locale: ok, oggi ferro e fuoco, domani solo ferro, dopodomani frigo e birra. Alla lunga le storture si metabolizzano tutte, dalla puzza di monnezza alla viabilità disumana, passando per il verde incolto, i fossi in strada, i lampioni morenti. Tant’è che se poi scappa di vederci ripulito un muro con una passata d’idranti diviene subito evento epocale, azione da encomio, proposta di medaglia al merito.
Il discorso dell’identità cittadina, voglio dire. Talmente identità e talmente cittadina che manco sappiano i nomi delle nostre strade. Andiamo per punti di riferimento: storici, diffusi, inamovibili. Toglieteceli, e rimarremo senza fissa dimora. Metti via Paolo Baratta: chi la nomina mai? Per le indicazioni stradali tutta la strada viene ricondotta a due settori strategici: una farmacia la zona bassa, una clinica quella alta. Le traverse del centro esistono in funzione della distanza dal Municipio: c’è la via “dietro” o la via “di fianco”, a loro volta suddivise in “la via proprio dietro” e “la via quasi dietro” da un lato, e “la via proprio di fianco” e “la via quasi di fianco” dall’altro. Via Mazzini è tale solo per gli under sessanta; per chi è oltre, invece, resta via Eboli, a eterna memoria della prima destinazione utile cui conduceva un secolo fa.
Perché in fondo, a dispetto del ’69, delle “cumprese”, del volemose bene sotto il Castelluccio, quest’agglomerato di case e gente in cui viviamo sembra voler essere un eterno mostro a due teste, l’anello mancante di congiunzione tra città e cittadina, il paradosso tra un cuore che s’ingegna con stagno e saldatore a fondere una radice comune, e un cervello che invece aspetta il weekend per tornare al paese dei nonni: da cui – sotto sotto – pochi si sarebbero voluti allontanare davvero.
Un antico matrimonio per interesse in cui, a soldoni finiti, fittiamo la bacchetta del rabdomante alla ricerca di qualche scampolo di sentimento che ci dia l’alibi per proseguire. Una traccia d’affetto a giorni alterni, la scusa dei figli, la parcella troppo alta dell’avvocato divorzista: dacci oggi la nostra motivazione quotidiana, per riempire quel buco informe dall’alba alla notte. 

Ernesto Giacomino

11 ottobre 2019 – © Riproduzione riservata

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