Macerie e nobiltà

[di Ernesto Giacomino]

Direi, io, che al netto della sostanza politico-istituzionale di quest’imminente tornata referendaria ci sarebbe un altro piccolissimo dettaglio a cui mettere mano quando si parla di vicende giuridiche: lo sfacelo mediatico che ne consegue, prescindendo dagli esiti finali. Sempre, ovunque, inesorabilmente.

Due numeri fa, su questo giornale, s’è abbondantemente argomentato delle due sentenze d’assoluzione in primo grado (su tre capi d’accusa: l’unica condanna è per un reato minore) dell’ex sindaco Santomauro: con formula piena, che sarebbe come averle prima buscate da tua madre per aver ficcato un dito dalla marmellata, per poi scoprire che non era così. O meglio: che non solo non eri stato tu, ma che quella marmellata non era proprio mai esistita. Un fatto, insomma, che sotto l’aspetto sensazionalistico avrebbe meritato la ribalta nazionale in maniera identica e speculare ai famosi video delle volanti all’alba o alla divulgazione in tutte le salse della drammatica relazione presentata dal prefetto al ministro Alfano (sottotitolo: “Bogotà scansati che abbiamo la nuova capitale del crimine mondiale”).

Invece, a distanza di oltre un mese, pare che l’Italia questo “rumore per nulla” non debba saperlo. Fatte salve le suddette due intere colonne del nostro numero 467, per il resto se n’è letto solo qualche trafiletto sul web. A cura, peraltro, di cronisti locali, e non di quegli stessi media nazionali che all’epoca ci sguazzarono peggio degli acari nei materassi.

Chiaro che le indagini sono un atto d’ufficio, se mi riportano notizie d’illeciti devo muovermi e basta. Poi se si rivelano infondate, ok, ti dichiaro innocente: pace fatta, la giustizia ha vinto. Forse. Chissà.

Perché, per i tre anni successivi all’arresto, questa ricerca di “vittoria” ha comunque imbavagliato un’amministrazione, ne ha impantanato opere e iniziative, ha bloccato fondi, ha diffuso un clima d’astio, ha esposto una comunità al pubblico ludibrio, ha creato disagio civico e sociale. E questo relativamente alle sole conseguenze politiche: poi, magari, c’è un aspetto un attimino più delicato (che, a sentire l’opinione pubblica, non pare stia passando in primissimo piano) che è quello – prescindendo da meriti o demeriti, simpatie o antipatie, condivisioni o contestazioni del suo operato – d’aver distrutto la vita di un uomo. D’averne fatto scandagliare ogni attimo d’intimità, di privacy, di andate e venute in banca o in pizzeria, di telefonate ai familiari, di ricariche di cellulare. D’averne sbattuto in piazza, offrendolo alle zanne bavose d’una certa – onnipresente – comunicazione cannibale, ogni dettaglio di ogni suo movimento pubblico, privato, confidenziale o riservato. Per cui è la vecchia storia del vaso che sbatti a terra: si spacca in decine di pezzi, gli chiedi scusa, di certo non torna intero. La giustizia, con tutti questi cocci di vasi ai piedi, ha davvero vinto?

È chiaro: offrire oggi, a questa notizia d’innocenza, uguale copertura nazionale dei tempi della presunta colpevolezza, sarebbe ben poca azione risarcitoria. Ma magari, chissà, potrebbe essere un monito per potenziali detrattori futuri che individuassero nei tribunali la loro valvola di sfogo politico. Come dire, pacatamente: “Vacci piano, altrimenti – vedi? – a verità acclarata, sui telegiornali, ci finisci tu”.

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