L’unione fa la farsa

[di Ernesto Giacomino]

E anche quest’anno ci s’è sentiti dire un po’ da ovunque, tg e bollettini e tutt’una girandola di programmi a tema, che tutto sommato non c’è di che lamentarsi perché noi italiani prima sbottiamo e piangiamo per quel fatto che non si arriva a fine mese e poi basta un primo mezzo sole a Pasqua per spostarci in massa e invadere alberghi, lidi e ristoranti. Spendendo, in ciò. Sprecando, sperperando.

Dice: quattro milioni di persone in viaggio, in questo weekend. E giù applausi e gridolini di meraviglia, fingendo quindi d’essere assolutamente ottusi in matematica e non capire che quattro milioni su sessanta, messi in spiccioli, fanno scarsi sette italiani su cento. Gi altri novantatré si dividono – in proporzioni da determinare – tra chi non si è messo in viaggio, chi ha mangiato a casa e chi non ha mangiato per niente.

A Battipaglia girava voce che tra domenica e lunedì fosse inutile mettersi alla ricerca di un tavolo in un qualunque ristorante: tutto pieno, tutto prenotato da giorni se non settimane. E quindi vai con lo starnazzamento da bar: hai visto, ci si lamenta del superfluo, qua parlano tutti di crisi e mancanza di lavoro ma poi girano coi suv e i telefoni da duemila euro e non rinunciano alla tartare a cinque stelle.

Che se te lo fai pure qua, un conticino volante, t’accorgi che la capienza complessiva di tutti i ristoranti in zona s’azzecca sì e no sui tre-quattromila posti, mentre di residenti, nel solo tratto tra costa Sud e Piana, ne saremmo venti volte di più. E ad affacciartici, in quei ristoranti strapieni, vedevi che tutto sommato le facce erano sempre le stesse, le solite, le note, quelle della minuscola punta d’iceberg di semi-benestanti che ancora possono permettersi un prelievo al bancomat senza doversi prima fare l’estratto conto e sottrarvi le scadenze più imminenti per capire la reale disponibilità di cash.

Redattori e conduttori entusiasti avrebbero dovuto quindi parlare di quello, della stragrande e invisibile maggioranza di non opulenti se non indigenti, dei due terzi di popolazione rimasta segregata in casa, dei bambini che hanno mangiato resti d’uova rotte da altri, delle pastiere tirate su bruciacchiate dal fornetto di casa per fare tradizione senza svenarsi in pasticceria, delle famiglie per le quali sono stati pasti come gli altri e già è tanto che ci siano stati.

Invece no, quando mai, il realismo fa tristezza, concentriamoci sulle eccezioni e spacciamole per normalità. Intervistiamo quegli altri là: i fortunati in spiaggia, o sugli ultimi scampoli di piste da sci,  o in coda per l’ingresso ai parchi divertimento coi figlioli entusiasti e ben vestiti. Si sta bene, stiamo bene, staremo ancora meglio, il resto sono chiacchiere e narrazione tossica.

Chissà poi se è una tattica o un istinto antico, quello di sminuire i drammi e spacciare gli ultimi per simulatori. Che pure qua da noi, a Pasqua come sempre, basterebbe girare per certe strade ai margini, per certi vicoli anneriti, per avere chiara la sostanza di questi tempi incerti in cui anneghiamo. Ma l’ho detto, è la tendenza di sempre, lo facciamo anche con chi arriva sui barconi: se è vivo, sorride, non indossa stracci e ha un telefono nel pugno, allora sta fingendo e non vuole migliorare.

Facebooktwittermail