L’odissea di chi ha incontrato il covid-19

Nonostante gli sforzi compiuti a vari livelli, restano tante e gravi le criticità nella gestione dei “contagiati” e dei loro familiari. Abbiamo raccolto le testimonianze di alcuni cittadini venuti in contatto col virus: sono disorientati, spaventati e si sentono abbandonati

Dentro c’è il dolore. Condiviso con chi ci ha raccontato cosa ha vissuto e sta vivendo. Con il timore, purtroppo, che ne ascolteremo altre di storie dolorose. Nella nostra città come nelle altre. Perché il sistema è crollato. Non funziona. Le falle sono evidenti sebbene ci sia chi tenti di nasconderle come la polvere sotto il tappeto. Chi teme per il proprio buon nome o per quello dell’istituzione, piccola o grande che rappresenta, piuttosto che gridare forte rabbia e indignazione, chiedere che si potenzi controllo e sanità, non solo attraverso strutture ma con il personale, che si coinvolgano i medici sul territorio, senza i quali gli ospedali non bastano. 

Anna si è trasferita l’anno scorso a Eboli ed è finita in quarantena; nel suo caso ad aiutarla si è mossa la macchina organizzata dal Comune e l’usca (unità speciale di continuità assistenziale). Ha fatto il tampone e trascorso la quarantena ricevendo aiuto per la spesa. Anna ha una nipote che vive a Battipaglia, con due figli. La maggiore frequenta la scuola media dove una insegnante è risultata positiva al covid-19. Per questo motivo è stata invitata alla quarantena preventiva. Hanno fatto il tampone. Ma sono trascorse oltre due settimane e sia la mamma che i due figli non hanno ancora ricevuto la comunicazione del risultato del test. Nessuno le ha portato la spesa, né l’ha contattata per sapere come stavano. Chiusa in casa senza che nessuno le comunicasse neppure quando sarebbe potuta uscire. La donna ha contattato l’Asl che le aveva “intimato” di mettersi in quarantena, ma la risposta è stata: “Mi spiace sulla piattaforma lei non risulta”. Dimenticati.

Salvatore ha 72 anni e deve recarsi al centro dialisi tre volte la settimana. Ma l’ultima volta, prima di cominciare la dialisi, è risultato positivo. Niente da fare, lì non può farla più. Gli dicono che deve recarsi a Scafati. Ma come? Anche suo figlio dovrebbe stare in quarantena perché è un contatto stretto. Il figlio si rivolge a un servizio di ambulanze privato. Ci vogliono 800 euro tra andata e ritorno. La famiglia ovviamente non può spendere 2400 euro a settimana. Prende l’auto, viola la quarantena, e porta suo padre a fare la dialisi.

Gilda ha mandato sua figlia alla scuola dell’infanzia. Lei lavora e le scuole, dicono, sono sicure. Ma improvvisamente viene a sapere dalla rappresentante di classe che una delle maestre è risultata positiva (poi risulteranno positive in tre). I genitori vengono invitati, informalmente e per cautela, a non mandare i figli a scuola. Ma quali maestre hanno contratto il covid? Le tre maestre, responsabilmente, avvertono le famiglie. Ma il protocollo impedisce al dirigente scolastico di prendere provvedimenti ufficiali. La scuola resterà aperta fino all’ordinanza del presidente De Luca.

Altra scuola, questa volta una primaria. Contagi covid in tre classi. Si chiede alle famiglie coinvolte di far effettuare i tamponi ai bambini. Ma, chissà come, vengono persi i campioni inviati a laboratori! Trascorre più di una settimana. Monica, madre di una bimba di prima, si rifiuta di farle fare il tampone per la seconda volta. Ormai sono trascorsi oltre venti giorni. Chiusi in casa. 

E poi, c’è la drammatica e incredibile storia di Giovanna, insegnante in una scuola battipagliese. Il primo a sentirsi male è stato il marito. Anche lui lavora a contatto con tante persone. Era domenica 18 ottobre. Aveva febbre e difficoltà a respirare. Non riuscendo a ottenere di effettuare il tampone dall’Asl, il martedì si è rivolto ad un laboratorio privato. Il giovedì arriva il responso: positivo. Intanto hanno cominciato ad accusare sintomi anche la moglie e i due figli. Da lunedì tutta la famiglia era con la febbre. Ma dall’Asl ancora nulla fino a venerdì pomeriggio, quando, finalmente i tamponi vengono effettuati. Quando Giovanna ha saputo di essere positiva ha avvertito la scuola che però non ha ricevuto istruzioni dall’Asl. Così il dirigente scolastico non ha potuto mettere in pratica il protocollo: niente comunicazione ufficiale significa niente quarantena. Giovanna, però, è una persona responsabile. Ha deciso che la vita vale di più della privacy. E ha avvertito i genitori dei suoi alunni. Intanto le condizioni sue e del marito sono diventate preoccupanti. Il medico di base, contattato telefonicamente, ha consigliato solo tachipirina. Ma non è servita a nulla. Col respiro sempre più corto, la tosse forte e la febbre alta, i due coniugi si sono messi a telefonare a tutti. Alla disperata ricerca di chi potesse aiutarli. Finché hanno ottenuto il contatto del 118 covid. Appena in tempo. Bardati da capo a piedi ma gentili ed efficienti, gli operatori sono intervenuti, hanno prescritto il protocollo da seguire, stupendosi che il medico di base non lo avesse già fatto. 
I giorni sono passati. Da soli, in quarantena. In condizioni fisiche pessime e con l’incombenza di accudire i due figli, anche loro, ovviamente, positivi. Nessun aiuto esterno, tranne quello dei parenti. Ora, per fortuna, stanno meglio. C’è ancora la tosse e una spossatezza generale. Sono trascorsi quindici giorni. E Giovanna, che non ha ancora 50 anni e che godeva di ottima salute, dice: «Non è una semplice influenza. Puoi essere fortunato oppure no. Non so se sia il caso, il destino. Ma è stato tremendo».  

Al pronto soccorso dell’ospedale di Battipaglia, che non ha il reparto covid-19, nell’ultima settimana giungono 15 casi. I sanitari sono allarmati, ma continuano a lavorare. C’è difficoltà nel trovare la giusta collocazione ai pazienti covid. I tamponi che provengono dal pronto soccorso dovrebbero avere la precedenza per consentire il ricovero. Ma i risultati si fanno attendere anche più di 36 ore. 

Stefania Battista

6 novembre 2020 – © Riproduzione riservata

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