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Lo stile di attaccamento e le nostre relazioni

di NeroSuBianco
13 Marzo 2026
in Articoli

[di Daniela Landi – psicologa]

Lo psicoanalista inglese John Bowlby, negli anni Cinquanta del secolo scorso, avendo lavorato con bambini cresciuti nel corso della Seconda guerra mondiale, sviluppò la Teoria dell’attaccamento. Ispirandosi all’etologia e alla psicoanalisi, osservò che i neonati possiedono un istinto biologico predisposto a stabilire legami affettivi con le figure di accudimento primarie (caregiver), in genere la madre o altra figura che ne svolge la funzione, per garantirsi protezione e sopravvivenza. Questi attaccamenti sono necessari per l’esplorazione dell’ambiente e possono modellare le relazioni future. La psicologa Mary Ainsworth, collaboratrice di Bowlby, attraverso la procedura della strange situation, condotta su bambini tra i 12 e i 18 mesi, identificò degli specifici stili di attaccamento.

Nel caso di attaccamento sicuro, il bambino esplora liberamente l’ambiente, in quanto ha fiducia nella disponibilità e nel supporto del caregiver, si preoccupa poco in caso di suo allontanamento temporaneo e si rallegra al ricongiungimento. Il caregiver è responsivo, empatico e coerente, rappresentando un riferimento sicuro.

L’attaccamento ansioso ambivalente si riscontra quando il bambino tende a essere molto focalizzato sul caregiver, essendo insicuro della sua disponibilità, per cui alterna momenti di rabbia e ricerca di vicinanza. Questo atteggiamento è associato a modalità di accudimento imprevedibili e incoerenti, che rendono incerta la disponibilità del caregiver. 

Si verifica un attaccamento evitante quando il bambino non esprime le sue emozioni, ignora il caregiver durante la separazione e il ricongiungimento. Questa modalità si può verificare quando il caregiver ha un atteggiamento respingente, per cui il bambino evita l’incontro temendo il rifiuto e sente di poter contare solo su sé stesso.

Questi stili, basati sulle prime esperienze di accudimento, si organizzano in modelli operativi interni che persistono in età adulta, influenzando le aspettative affettive, la regolazione emotiva e i rapporti interpersonali. Alcuni studi evidenziano come gli stili di attaccamento insicuro, ansioso ed evitante, siano correlati a sintomi ansiosi e depressivi e a difficoltà relazionali. In ambito affettivo, tali stili possono favorire la riproduzione di dinamiche coerenti con gli schemi appresi nella prima infanzia. Riconoscere il proprio stile di attaccamento consente di collegare quelle esperienze precoci ai propri comportamenti e aspettative, prendendo consapevolezza per costruire relazioni più equilibrate e soddisfacenti. 

In una prospettiva junghiana, questi modelli assumono la forma di complessi dell’inconscio personale, dove le relazioni affettive diventano un ambito di proiezione: per cui l’ansioso rifugge la paura dell’abbandono cercando dinamiche simbiotiche, e l’evitante si sottrae all’intimità per difendersi dalla delusione. In questa prospettiva, occorre integrare questi complessi attraverso la consapevolezza di sé stessi, per trasformare il bisogno di compensare o di reiterare i propri copioni relazionali, e per rendere possibile un incontro più autentico e reciproco con l’altro. 

11 marzo 2026 – © riproduzione riservata

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