La casa della maestra Lucia

[di Gabriella Pastorino]

Il paesino era come tanti, né ricco né povero, con alcune strade belle ampie ed altre più strette e scure; alcune case erano linde e civettuole, pulite, ben tenute, altre sciatte, trascurate, altre delle vere catapecchie fatiscenti.
Ci si conosceva un po’ tutti, avevamo frequentato la stessa scuola, si andava a messa la domenica nella stessa chiesetta traboccante di santi e beati.
Appena un po’ in periferia sorgeva la casa della maestra; in realtà donna Lucia non aveva diploma alcuno, ma leggeva moltissimi libri e scriveva senza errori. Si esprimeva quasi sempre in italiano anche se, pesantissimo, l’accento del borgo raddoppiava le iniziali e arrotava certe parole. Ma chi se ne accorgeva? Era maestra perché per decenni aveva insegnato a leggere e a scrivere a tutti gli abitanti del borghetto, dodici dei quali erano persino poi andati alle medie del paese, quello vero, grande. 

La scuola che tutti avevano frequentato era la cucina a pianterreno della casa di donna Lucia. Era uno stanzone accogliente, caldo in inverno e ventilato e ombroso in primavera e in estate: due porte aperte, le mura spesse e la canicola non picchiava più. Ogni giorno alle undici, ai ragazzi venivano distribuiti fettoni di pane da far dorare sulla fiamma del camino. Alcuni bambini tiravano fuori dalla cartellina un pezzo di salsiccia o un tocco di formaggio; altri si dilungavano a far rosolare più a lungo le fette di pane. Per loro compariva sempre un piatto colmo di olive o di fette di grassa pancetta che sul pane cocente sfrigolava allegra.

Alle due arrivava una vecchia che sembrava la befana, col naso adunco che pareva congiungersi al mento; curva, spettinata, buonissima, materna oltre ogni dire, portava un’enorme zuppiera fumante colma di pasta mista a legumi, o condita con un pomodoro scuro e saporoso. Poi si riprendeva per un’altra ora a sillabare, a leggere, a scrivere, a far di conto. Quasi tutti a giugno scendevano in paese a sostenere l’esame alla scuola pubblica. La maestra Lucia se ne faceva un punto d’onore.
Gli anni passarono e la maestra, oramai vecchia, non faceva più lezione. Nel borghetto arrivarono alcuni zingari con una caterva di ragazzi. Furono accolti senza ostilità e ci rimasero. Accanto alla casa ampia e ordinata della maestra Lucia venne su una stamberga che sembrava crollare ad ogni soffiar di vento.

In estate non accadde niente; spesso donna Lucia chiamava i ragazzini di quei suoi strani vicini e distribuiva fettoni di pane burro e marmellata. Poi i barattoli di marmellata e confettura li offrì alla mamma di quella numerosa figliolanza. E fece male perché la confettura scomparve in pochi giorni e i piccolini ricominciarono ad andare in giro a rubacchiare frutta per sfamarsi.

Poi venne l’inverno, rigido, cattivo e quei mocciosi scalzi toccarono il cuore della vecchia maestra che cominciò a farli entrare nella sua cucina calda ed accogliente, quella che per anni aveva ospitato i figli degli abitanti del borgo.

Arrivò pure la neve e una mattina la maestra vide che le quattro assi squinternate che costituivano l’abitazione di quegli infelici erano crollate. Li fece entrare tutti, padre, madre, tre vecchi che forse erano il nonno o forse chissà, e naturalmente la folla di ragazzini. All’uomo fece portare a pianterreno tutti i materassi e le coperte che aveva, e sedie, e certi scaffali che da decenni erano in soffitta.

Ogni tanto si sentiva un “grazie” degli ospiti; ma regnavano un chiasso infernale, liti e pianti. Stavano stretti in quello stanzone e la maestra aprì loro alcune camere. Raccomandò la pulizia, per carità. Un giorno, andando in chiesa, le sfrecciò un topo fra i piedi mentre scendeva le scale di casa.
Forse manco questo l’avrebbe spinta a ribellarsi se non avesse visto, appesi al muro del corridoio, certi strani stracci che rappresentavano carri e carovane rom.

Alle sue rimostranze, a muso duro, la madre della numerosa prole obiettò: “E voi non tenete appese quelle facce da mummia dei vostri parenti morti e stramorti?”.

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