Il ricamo del destino | di Laura Russo
Il vento autunnale che si insinuava tra i rami del salice creava una suggestiva scenografia e in quel sinuoso movimento Marta si perdeva, staccandosi dal suo vivere, dalla stanza 105 e si lasciava cullare come quelle foglie accarezzate dal vento.
Tra le poche cose portate, per la sua permanenza in ospedale, c’era una scatolina di legno intarsiato, da cui non si separava mai, nella quale gelosamente custodiva un filo dorato, con il quale da ragazza aveva ricamato il corredo per il suo matrimonio; quel piccolo scrigno era stata la prima cosa messa
in valigia. Quel filo le ricordava che poteva ricucire la sua esistenza, un punto dopo l’altro, sulla tela sfilacciata della sua vita che adesso stentava a respirare.
Da mesi una malattia subdola aveva spento la luce nella sua vita; una sola flebile speranza era il trapianto di reni, ma alla sua età non ci sperava. Marta, che aveva cresciuto, da sola, tre figli – Simone, Chiara e Luca – sapeva cosa significava lottare, ma questa volta le sembrava di combattere contro i mulini a vento e le sue forze, lentamente, la stavano abbandonando.
Un pomeriggio, mentre la pioggia tamburellava dolcemente sui vetri, la dottoressa Ansevini, una donna dai modi gentili e lo sguardo attento, entrò nella stanza.
«Signora Marta – disse, con la sua voce morbida – abbiamo una notizia».
Il cuore di Marta in quel momento prese a battere forte. Un donatore! Non riusciva a credere alle sue orecchie. L’operazione fu complessa, si risvegliò avvolta in una coperta di torpore, ma sentiva già una nuova linfa scorrere, un barlume di speranza si era accesso, una sensazione nuova di ritorno alla vita. I giorni in ospedale si susseguirono, scanditi da flebili progressi, mentre cresceva il desiderio di conoscere chi le avesse donato quella seconda opportunità. La dottoressa tuttavia, manteneva un
riserbo assoluto, come imposto dalle norme sulla privacy: «Era una giovane donna», le aveva solo accennato, «un incidente improvviso, il suo gesto vivrà in lei, signora Marta».
Una settimana dopo le dimissioni, mentre Marta era a casa, arrivò un pacco anonimo, dentro c’era una busta e una piccola scatola di velluto. La busta conteneva una lettera, scritta con una calligrafia elegante, ma tremolante.
“Cara signora Marta, non la conosco personalmente, anche se ho tanto sentito parlare di lei da mia figlia. Camilla purtroppo è morta due settimane fa in un incidente stradale, aveva ventisei anni, gli occhi pieni di sogni e le mani piene di vita, amava ricamare, proprio come lei, ha sempre sognato di creare un corredo con le sue mani, ma non ha avuto il tempo. Ho trovato questo tra le sue cose, mi ha ricordato quel tempo felice in cui lei l’ha presa sotto la sua ala protettrice e ho deciso di fargliene dono, che lei possa continuare il suo lavoro”.
Marta aprì la scatola di velluto, all’interno, su un fazzoletto di lino finissimo, era ricamato con un filo d’oro identico al suo, il fiore di loto, simbolo di purezza e rinascita. Le lacrime le offuscarono la vista. Era lo stesso disegno che lei stessa aveva ricamato cinquant’anni prima sul suo corredo
nuziale, un disegno che aveva insegnato ai suoi figli, e che era stato tramandato a Camilla. Fu a quel punto che un lampo le attraversò la mente con la potenza di un fulmine. Anni prima, una giovane ragazza nel suo piccolo negozio di ricamo le aveva chiesto di insegnarle a ricamare un fiore di loto con un filo d’oro molto particolare. Marta, affascinata dalla sua determinazione per qualche settimana le aveva trasmesso l’arte di quei delicati punti. Il volto di quella ragazza, con gli occhi grandi e luminosi, si sovrapponeva ora all’immagine di Camilla. Poteva essere… Si fece coraggio, chiamò la dottoressa Ansevini e con la voce tremante le chiese:
«Dottoressa, la donatrice… si chiamava Camilla per caso?».
Ci fu un lungo silenzio dall’altra parte, poi, la dottoressa con voce quasi impercettibile rispose: «Sì, si chiamava Camilla».
Non riusciva a dare pace a quel tumulto di emozioni, la ragazza che le aveva donato la vita, era la stessa a cui aveva insegnato a ricamare con quel filo d’oro. Lo stesso destino, quello che aveva intrecciato i loro fili anni prima, ora aveva deciso quell’unione.
Si strinse al petto il fazzoletto ricamato. Il suo cuore batteva forte, con un ritmo nuovo. Un ricamo invisibile univa le due vite, un filo d’oro che attraversava il tempo e lo spazio, legando destini sconosciuti, in una unica commovente trama di amore e speranza. Non era solo una seconda possibilità, ma la continuazione di una storia, un inno alla vita che si perpetua, come quel fiore di loto rinato dalle acque cristalline della donazione.
21 novembre 2025 – © riproduzione riservata






