Chiunque potrebbe trovarsi, a causa di un malessere psichico, o per difficoltà nella vita di relazione familiare lavorativa o sociale, a dover chiedere aiuto ad uno specialista. Rivolgersi ad uno psicoterapeuta è un’esperienza che può essere difficile e complessa, si tratta di mettersi in gioco in un’area privata e personale che presuppone di incontrare uno sconosciuto a cui raccontare le proprie difficoltà, i limiti, le contraddizioni nella speranza di ricevere aiuto, consolazione, sostegno, per superare il proprio stato di malessere psichico.
Il primo passo è acquisire la consapevolezza di avere un problema psicologico, riconoscere che il proprio equilibrio interiore è turbato e qualcosa ostacola il proprio benessere.
Il secondo passaggio è la scelta dello psicoterapeuta, che può avvenire sulla scorta dei criteri più disparati: si può scegliere in un elenco di professionisti, oppure, come avviene più spesso, su indicazione di qualcuno. I criteri di scelta possono essere i più disparati, spesso inconsapevoli, magari associati a qualche informazione parziale o a motivi contingenti quali la vicinanza. Dopo una fase di riflessione si arriva alla telefonata per fissare il primo colloquio: c’è attesa, tensione, ansia e anche curiosità per l’incontro e per le proprie reazioni. Soprattutto chi è timido potrebbe sentirsi in difficoltà, avere dubbi e ripensamenti.
Già dalla telefonata, il paziente si fa un’idea del terapeuta valutando la voce, il tono, le parole scelte, la cortesia e la disponibilità. Sono tutti elementi importanti, anche se non compresi sul piano razionale, che agiscono sulla reazione inconscia, rassicurando o spaventando. Quando finalmente la persona arriva allo studio, hanno valore elementi come il luogo, l’organizzazione della stanza e naturalmente la persona dello psicoterapeuta, la sua età, l’aspetto, l’abbigliamento, i modi; tutti fattori che condizionano e che portano a sentirsi più o meno a proprio agio.
Durante il primo incontro in genere è il terapeuta che invita l’ospite a raccontare il motivo che lo porta a chiedere il colloquio, magari chiedendo di raccontare i sintomi o la propria storia o il contesto familiare o lavorativo in cui prova un disagio.
Il contenuto del primo colloquio è importante, il professionista deve conoscere il suo interlocutore attraverso il suo modo di raccontarsi, di descrivere la realtà che lo circonda. È un momento prezioso in cui il paziente e l’analista si scoprono e si possono reciprocamente scegliere per iniziare il percorso terapeutico che è un’avventura e una scoperta che avviene in un contesto protetto e sicuro. La fase di apertura del colloquio pone le basi su come proseguirà l’incontro, se la persona si sentirà accolta, ascoltata e rispettata.
A volte bastano pochi interventi del terapeuta, una domanda fatta al momento giusto, per aprire a nuovi scenari e osservare qualcosa da un nuovo punto di vista. Ugualmente importante sono la semplicità e la chiarezza con cui il terapeuta illustrerà il suo modo di lavorare, gli orari, le assenze, l’onorario e tutti i particolari che definiscono il modo di incontrarsi che impegnerà entrambi i partecipanti. Anche la conclusione del colloquio è un momento significativo: il paziente deve avere la consapevolezza che è avvenuto qualcosa d’importante che sarà utile a liberarsi da qualche ansia o paura, maturando la convinzione di aver fatto un incontro significativo.
Cappelli salva la maggioranza
La maggioranza consiliare la spunta sul Piao (Piano integrato di attività organizzazione), al cui interno sono previste le nuove assunzioni attraverso le graduatorie Asmel, per un solo voto....





