Il Grifone

di Lucio Spampinato 

Pizzicatascia, abbascia abbascia, ramme la chiave r’ la cascia: tu la chiuri? e iu la scasciu! Da pulcino, il Grifone viveva nell’alta valle del Silagro. Il paese si chiamava Piedimonte de’ Lombardi. Imparò ad avere fame insieme ad una nidiata di fratelli e sorelle e passava le sue domeniche al bar dell’unica piazza ad ascoltare i risultati delle partite e spuntando speranzoso i segni 1 x 2 delle tristi schedine, con l’ambizione smisurata di un cavaliere d’industria in attesa del colpo di fortuna che gli avrebbe cambiato la vita. Di scapaccioni ne prese tanti in quel bar in disarmo e di calci nel di dietro, dagli operai agricoli specialmente (e fra loro suo padre) che sfogavano sui ragazzini le frustrazioni di una settimana di stanchezza e sfruttamento, con megere a casa ad attaccare il loro cuore a pentole e padelle, con la vita che un giorno dopo l’altro passava senza cambiare mai. E in quelle occasioni, il giovane rapace già sognava per quei bulli, anzi glielo augurava in cuor suo, un bel viaggio straordinario, magari in comitiva tipo gruppo vacanze. In quelle fantasticherie, sfoggiava degli occhi grifagni che nella loro profondità manifestavano un’attenzione ossessiva e acuta sempre fissa sulla preda. 

Federico Ricuzzi portava un nome e un cognome che denunciavano la passata germanica, gotica e longobarda prima e normanno sveva poi per quelle valli, dove forse gli antichi ascendenti avevano in parte ritrovato – specie d’inverno – i rigori diacci e le atmosfere delle latitudini di provenienza. E della genia dei duchi Grimoaldo o Gisulfo o del margravio Lützelhardt o del siniscalco Annweiler, che strabordava spesso in baccanali venatori per quelle lande fra i covoni di grano, rettificando il fenotipo dei preesistenti caratteri romani, greci, osco-sanniti, bruzi e via via più indietro dei cavernicoli del mesolitico, Federico aveva preso un colore biondo cenere dei capelli e gli occhi cerulei, anche se pur sempre segregati in un corpo breve e tracagnotto, immemore di qualsivoglia altezza e leggiadria nibelungica. Ma l’attitudine a predare, nel senso di arraffare ciò che non ti appartiene e non solo per i morsi della fame, magari rafforzata dall’arte di cacciare con i rapaci, quella sì che gli era pervenuta intatta. Tutti lo conoscevano come Grifone, perché un giorno sgraffignò delle biglie a un bambino francese, figlio di emigranti che tornavano d’estate al paese, che in lacrime dopo il furto gli gridò contro il temibile appellativo: «Griphon!». E poi arrivò anche per loro il tempo di migrare e tutta la famiglia si trasferì a valle, nella famosa città civile, ai bordi di un fiume, ai piedi di un castello e sviluppatasi lungo i rami di un’iperbole, fatta di due statali e una ferrovia. Appena presa la dimensione della pianura, Federico non afferrò subito come funzionavano i meccanismi per la conquista del successo economico. Prese qualche fregatura e dovette ripianare qualche debito ma, a ogni fallimento, sempre si affacciava ai suoi cigli quello sguardo ottimista e famelico del predatore, spianato sull’obiettivo e fermamente fiducioso della riuscita statistica della definitiva cattura. Cominciò a ripensare ai viaggi straordinari e a meditare sulla tipologia di clienti che avrebbe dovuto avvicinare, abbozzando insomma una elementare strategia di marketing. Intuendo, comunque, il carattere socialmente trasversale dei potenziali viaggiatori, finì per frequentare i luoghi in cui i suoi futuri clienti maggiormente si riunivano, anzi seguiva i taxi che ce li portavano, e cominciò a tessere relazioni sociali con loro e ancor più con i loro parenti che li accompagnavano per ogni evenienza. Creò un’associazione benefica che si prendeva cura con piccole carinerie dei futuri clienti. Fu così che aprì la sua agenzia di viaggi straordinari e la chiamò La precisa, ignorando il suggerimento del vecchio professore di greco Aristide Cappiello che passava a trovarlo ogniqualvolta faceva visita alla vedova Andromaca Curiale. Per i viaggi straordinari c’era bisogno degli officianti che curavano una parte dei preparativi di viaggio nei loro saloni. Se li fece amici come anche fraternizzò con gli addetti alle banchine di partenza, dove i viaggiatori straordinari iniziavano quella nuova esperienza. Ne fece di bagordi con gli uni e con gli altri, in convivi di rappresentanza. E dai primi imparò il rito della pre-partenza e dai secondi l’arte della muratura.Bisognava vederlo quando, vestito di scuro, calcava con levità i marmi dei saloni e afferrava al volo il turibolo per incensare tutto intorno, quasi ieratico nella sua rinnovata veste salvifica! E l’una e l’altra arte portava il successo economico i cui proventi poi investiva in altre attività, pizzerie, agenzie di affari immobiliari e finanche lavanderie. In tempo di pace e in un consesso civile, l’attitudine a far bottino si qualifica come cogliere le opportunità. 

Ma da qualche tempo il Grifone è inquieto. È entrato in una fase dell’esistenza in cui molte cose non lo soddisfano più.  È come se avesse perso il gusto per la presa e al senso del possesso si fosse sostituito un languore d’altrove insieme al desiderio di restituire. L’officiante di fiducia ha provato a dissuaderlo, spiegandogli come la proprietà privata sia cosa buona e giusta. Ma non c’è stato verso. Con disagio dei figli ha regalato metà delle sue conquiste ad enti caritatevoli e si è chiuso in un eremo.  Ha molto più tempo da dedicare a sé e riflette a lungo sul senso della propria esistenza. Essendosi sparsa la voce, molta gente sale scalza al suo romitaggio per chiedere consiglio. Lui parla volentieri con le persone finché non avverte molta stanchezza. Sente arrivare il tempo anche per lui di intraprendere un viaggio straordinario ma, visto dal punto di vista del viaggiatore, ora non gli sembra più così allettante. Quando scruta dall’alto del romitorio la pianura, non prova più la sete di conquista ma a volte gli risuonano dentro, confuse fra i costanti acufeni, parole che non sa, come venute da una memoria genetica, arraffa, sgrinfia, artiglia, sgraffigna… ma le scaccia come si allontana un insetto fastidioso e torna a parlare con un confratello intento all’orto, nella semplicità della sua vita nuova. Pizzicatascia, abbascia abbascia, ramme la chiave r’ la cascia: tu la chiuri? e iu la scasciu!

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