IA e adolescenti: il rischio della dipendenza emotiva
[di Donatella Palazzo – psicologa]
Negli ultimi anni l’Intelligenza Artificiale (IA) è diventata una presenza quotidiana nella vita degli adolescenti. Non solo strumento di studio o creatività, ma sempre più spesso interlocutore emotivo, confidente silenzioso, risposta immediata a dubbi, paure e insicurezze. In particolare, i chatbot conversazionali (software in grado di interagire con gli esseri umani), intercettano il bisogno profondo di ascolto e rassicurazione, offrendo legami che simulano la relazione umana, senza però possederne la complessità.
Dal punto di vista psicologico, questo fenomeno si inserisce in una fase evolutiva estremamente delicata, che è l’adolescenza, cioè il tempo della costruzione dell’identità, della sperimentazione relazionale, del confronto con le proprie fragilità e il bagaglio dell’emotività. Le relazioni autentiche, proprio perché imperfette, permettono di sviluppare empatia, tolleranza alla frustrazione e capacità di negoziazione emotiva. L’IA, al contrario, risponde in modo prevedibile, accogliente e privo di conflitto. Questa “accettazione senza condizioni” può apparire rassicurante, ma rischia di ostacolare la crescita e di favorire forme di dipendenza emotiva.
Sempre più giovani delegano all’IA non solo compiti cognitivi, ma anche decisioni, riflessioni e persino la regolazione delle emozioni. Si parla di “dipendenza funzionale”, intesa come la modalità relazionale che diventa patologica. Infatti, avviene un indebolimento della capacità del pensiero critico, un appiattimento della creatività e dell’autonomia. E prevale una sensazione di impotenza se l’IA non è disponibile. Il rischio è la difficoltà a tollerare il vuoto, l’attesa, l’errore, tutti elementi fondamentali per la maturazione psicologica.
Questo quadro si intreccia con l’uso massiccio dei social media, progettati per catturare l’attenzione attraverso ricompense immediate, confronti continui e meccanismi che stimolano la dipendenza. L’esposizione costante a modelli non corrispondenti alla realtà, il cyberbullismo e la pressione sociale contribuiscono all’aumento di ansia, al possibile manifestarsi di forme di depressione, di disturbi del sonno e a disagi rispetto all’immagine corporea. Non è sempre chiaro se i social aggravino il disagio o se il disagio spinga a rifugiarsi nel digitale, ma è evidente l’esistenza di un circolo vizioso.
Le recenti scelte normative di alcuni Paesi, come il blocco dei social per i minori, segnalano una crescente preoccupazione delle istituzioni. Tuttavia, il rischio è che il divieto da solo non basti. È necessaria un’educazione digitale consapevole, condivisa tra famiglie, scuola e istituzioni. L’IA, di per sé, non rappresenta un problema; supporta e potenzia le capacità senza sostituire l’esperienza emotiva reale. La vera sfida è educativa e culturale: insegnare ai giovani a distinguere tra comprensione autentica e simulazione, tra supporto e delega totale. E, soprattutto, imparare a usare l’IA come strumento di aiuto e non come scorciatoia emotiva.
14 febbraio 2026 – © riproduzione riservata






