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La De Amicis, ieri e oggi | di Valerio Longo

di NeroSuBianco
17 Febbraio 2015
in Extra

Qualche giorno fa ho accompagnato, insieme ad altre persone del Comune, uno dei Commissari straordinari per un sopralluogo all’interno dell’edificio della gloriosa scuola De Amicis, in piazza della Madonnina. Mancavo da quel posto da quarant’anni, dalla fine delle elementari. Eppure proprio quel posto ha condizionato la mia esistenza e quella della mia famiglia. Alla fine degli anni ’40 mio padre Andrea, maestro elementare di Laureana Cilento, ebbe la cattedra alla De Amicis e così si trasferì con la famiglia a Battipaglia. I casi della vita. Situazioni  analoghe a tantissime altre famiglie che, per motivi di lavoro (ferrovieri, operai del Tabacchificio e Zuccherificio, commercianti, artigiani) si sono qui trasferite negli anni ’50 e ’60, provenienti per lo più dal Cilento e dalla Lucania. Quante generazioni di battipagliesi si sono formate fra quelle mura. Entrarvi, dopo tanti anni, è stato veramente emozionante, una vera e propria catarsi. Il lungo corridoio, che sembrava non finire mai, il soffitto altissimo. Le aule, una accanto all’altra, con gli spessi muri di tufo ricoperte dall’intonaco e dalla pittura bianca. Le porte di legno, alte e grigie, con la cornice, tipiche di un periodo nel quale si guardava anche al bello, all’estetica, e non solo alla razionalità, al profitto. La direzione, in fondo a sinistra, la biblioteca, il refettorio. Ambienti attraversati da generazioni di battipagliesi col grembiule e il fiocco, che salutavano il direttore, gli insegnanti e le bidelle. La tazza di latte consumata tra i banchi grandi e pesanti. La borsa non proprio alla moda, sempre la stessa per cinque anni. Maestri che leggevano il dettato, che spiegavano e scrivevano col gesso bianco sulla grande lavagna. La bacchetta. La stufa elettrica, che sembrava una parabola. L’odore del caffè, preparato dalle bidelle con la moka. La cartina dell’Italia, della De Agostini, enorme, gigantesca, sulla parete di fronte alla Direzione, con una spessa cornice di legno marrone. Quei volti, quelle facce, sulle foto di vecchie classi, che mi è capitato di vedere sui muri all’ingresso della scuola Menna o pubblicate sulle pagine di Nero su Bianco. Vecchie classi della De Amicis. Il maestro in giacca e cravatta, le maestre col vestito buono e i capelli ordinati. Foto in bianco e nero di una società a colori, viva, educata, civile, consapevole, forte, in cammino. Volti di persone con meno cose rispetto ad oggi, senza gli abiti firmati, senza zaino e quaderni griffati, senza cellulare, senza facebook, senza la festa di compleanno al ristorante o sul lido alla moda. Persone tutte a tavola con la famiglia, tutti davanti alla tv per la partita o Mike Bongiorno, con la bustina di idrolitina per rendere l’acqua più “importante”, con la borsa usurata alle elementari e la molla alle medie, con la paura di raccontare della bacchettata a scuola per non prendere il “resto” a casa. Persone certamente con meno cose, forse ingenue, ma paradossalmente più “ricche” e meno sole, che si sentivano parte di un tutto, parte di una comunità e di un territorio. Se vi dovesse capitare di trovarvele di fronte,  osservatele bene quelle foto. Avvicinatevi lentamente, quasi fino a sfiorarle. Sentirete un leggero calore, un sottile bisbiglio, un fremito. Vi sembrerà quasi che quelle figure inizino ad animarsi, e, piano piano, vi sussurrino: “fermatevi un attimo… non andate di corsa… cosa state facendo? dove state andando? Amate la scuola, i vostri figli, la vostra famiglia, il vostro paese. Non siate superficiali, non abbiate paura. Vivete la vita intensamente”. Adesso la De Amicis è vuota, spoglia, senza banchi e sedie, senza cattedre e lavagne. Piena di cartacce e rifiuti. Eppure conserva intatta il suo fascino e la sua antica bellezza. 

P.s.: Consiglierei ai candidati alle prossime elezioni comunali di fare un giro per le stanze della De Amicis. I candidati a sindaco dovrebbero anzi passarvi un’intera nottata. Tutti insieme. Potrebbero sicuramente trarne importanti insegnamenti. Potrebbero pensare di meno a loro stessi e di più alla comunità. Potrebbero davvero imparare molte cose.

17 febbraio 2015 – © riproduzione riservata

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